Vivere in Lussemburgo - I lussemburghesi
Lussemburgo e lussemburghesi tra storia mito e pregiudizi...

«Mir wölle bleiwe wat mir sin» sono usi affermare, e senza incertezza alcuna, i lussemburghesi. Ovvero, traducendo dalla lingua locale - una delle tre parlate correntemente nel "piccolo" Granducato, l'ultimo rimasto sul pianeta dei tanti di un tempo - "Vogliamo rimanere ciò che siamo". E non è affatto un modo di dire. Già nel settembre del 1919, con un referendum ad hoc, in risposta al Belgio che rivendicava l'annessione del loro territorio, dichiararono a gran voce che preferivano rimanere indipendenti, tenendosi i Granduchi, e anzi avrebbero gradito stringere un'unione - ma di carattere esclusivamente economico - con la Francia. Questa nicchiò, e l'unione, senza fare una piega, i lussemburghesi la stipularono con il Belgio: dogana e moneta unica. Eravamo nel 1922.
Qualcuno del resto, racconta il Lussemburgo - 82 chilometri circa in lunghezza, 57 in larghezza, piccolo al punto da risultare di difficile lettura nella maggior parte delle mappe europee - come un signore attempato, di un'eleganza antica, amante del silenzio, che si aggira tra i suoi conoscenti (per lo più potenti, autorevoli, in qualche modo "rumorosi") con la massima disponibilità, ma mai dimenticando un certo, pur amichevole, distacco. Quasi a voler rammentare il proprio spirito indipendente. Un'immagine indovinata, crediamo. Visto che, nonostante a malapena, e solo oggi, superi il mezzo milione di residenti, il Granducato, già partecipante alla Società delle Nazioni (nata alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1919 e prodromo dell'attuale Onu), contrariato dalla costante mancanza di rispetto verso la sua dichiarata neutralità, fa da traino ed è quindi tra i promotori, e successivamente tra i fondatori, di alcune tra le più importanti iniziative politico-economiche del secolo appena trascorso. A partire dall'Unione doganale, più nota quale Benelux (Belgique, Nederlanden e Luxembourg), i cui rappresentanti in esilio il 5 settembre 1944 firmano a Londra l'atto costitutivo, e che diverrà nel 1958 l'Unione Economica Benelux, e dalla Ceca, Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (Parigi, 18 aprile 1951). Ma soprattutto, sei anni più tardi (25 marzo 1957), sarà presente a pieno titolo a Roma, in Campidoglio, nella sala degli Orazi e Curiazi, per dar corso ai Trattati istitutivi della Cee - l'attuale Unione Europea - e dell'Euratom.
Qualcuno del resto, racconta il Lussemburgo - 82 chilometri circa in lunghezza, 57 in larghezza, piccolo al punto da risultare di difficile lettura nella maggior parte delle mappe europee - come un signore attempato, di un'eleganza antica, amante del silenzio, che si aggira tra i suoi conoscenti (per lo più potenti, autorevoli, in qualche modo "rumorosi") con la massima disponibilità, ma mai dimenticando un certo, pur amichevole, distacco. Quasi a voler rammentare il proprio spirito indipendente. Un'immagine indovinata, crediamo. Visto che, nonostante a malapena, e solo oggi, superi il mezzo milione di residenti, il Granducato, già partecipante alla Società delle Nazioni (nata alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1919 e prodromo dell'attuale Onu), contrariato dalla costante mancanza di rispetto verso la sua dichiarata neutralità, fa da traino ed è quindi tra i promotori, e successivamente tra i fondatori, di alcune tra le più importanti iniziative politico-economiche del secolo appena trascorso. A partire dall'Unione doganale, più nota quale Benelux (Belgique, Nederlanden e Luxembourg), i cui rappresentanti in esilio il 5 settembre 1944 firmano a Londra l'atto costitutivo, e che diverrà nel 1958 l'Unione Economica Benelux, e dalla Ceca, Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (Parigi, 18 aprile 1951). Ma soprattutto, sei anni più tardi (25 marzo 1957), sarà presente a pieno titolo a Roma, in Campidoglio, nella sala degli Orazi e Curiazi, per dar corso ai Trattati istitutivi della Cee - l'attuale Unione Europea - e dell'Euratom.

Il conte Sigfrido
Ma all'inizio della storia? All'inizio della storia c'era - forse - una torre. Una torre militare romana, per la precisione. Posta a controllare un incrocio tra due strade, una delle quali di particolare interesse, collegando Durocortorum (oggi Reims) ad Augusta Treverorum (Treviri), centri abitati di rilievo nell'allora Gallia Belgica. Luogo strategico che venne scelto, circa nove secoli dopo, da Sigfrido di Lussemburgo per costruire il proprio maniero. C'è chi dice sui resti della stessa torre romana, che sarebbe stata citata nel documento notarile steso a suggello dell'acquisto di quelle terre come «…castellum quod dicitur Lucilinburhuc»: sta di fatto che proprio "Lucilinburhuc" Sigfrido volle battezzare la sua roccaforte. È il primo vagito della città di Lussemburgo: da Lucilinburhuc a Lucilemburg (lucilem, "piccolo" in celtico, burg, "castello" in germanico, quindi "piccolo castello") il passo è breve. Ancor più breve, sempre foneticamente parlando, quello tra Lucilemburg e Luxembourg, anche se il Granducato vedrà la sua istituzione solo agli inizi dell'Ottocento.
Dell'importanza strategica di quell'antico incrocio nelle comunicazioni fra i territori oggi chiamati Francia e Germania gli abitanti avranno conoscenza diretta, e per lungo tempo. Rapidamente fortificata, la Lucilinburhuc di Sigfrido - inverni freddi, con gelate frequenti, estati fresche, seppure piovose -, quasi sempre sotto assedio, diventa una delle fortezze più impenetrabili d'Europa, alla pari con Gibilterra: allorché, nel 1867, i Prussiani tolgono il disturbo, la capitale, cuore dello Stato, conta più fortificazioni che edifici civili. Nonostante - è stato calcolato - in un arco di 400 anni sia stata distrutta e ricostruita oltre venti volte.
Dell'importanza strategica di quell'antico incrocio nelle comunicazioni fra i territori oggi chiamati Francia e Germania gli abitanti avranno conoscenza diretta, e per lungo tempo. Rapidamente fortificata, la Lucilinburhuc di Sigfrido - inverni freddi, con gelate frequenti, estati fresche, seppure piovose -, quasi sempre sotto assedio, diventa una delle fortezze più impenetrabili d'Europa, alla pari con Gibilterra: allorché, nel 1867, i Prussiani tolgono il disturbo, la capitale, cuore dello Stato, conta più fortificazioni che edifici civili. Nonostante - è stato calcolato - in un arco di 400 anni sia stata distrutta e ricostruita oltre venti volte.

R. Schuman e J. Monnet
Influenze esterne.
Hanno voluto cambiare il verso della loro Storia, i lussemburghesi, e sembra proprio ci siano riusciti. In effetti oggi il Granducato, in cui la quasi totalità degli abitanti è di fede cattolica in un'area a forte presenza protestante, è forse lo Stato dove l'unione di tutti gli europei dà l'impressione di essere davvero a portata di mano, e non solo per la presenza, nei suoi confini, di migliaia di funzionari delle istituzioni dell'Unione. L'idea, il sentimento, l'intuizione vengono da lontano: da Jean-Baptiste Nicolas Robert Schuman, francese di madre lussemburghese, che nasce e si forma nel Granducato. Sarà lui, nel 1950, mentre sul pianeta incombe la minaccia di una terza guerra mondiale, a proporre la costituzione di una Federazione europea. È il 9 maggio: che nel 1985 diverrà ufficialmente la Giornata dell'Europa.
L'apertura ai contributi delle altre culture - influenze e suggerimenti, di qualunque provenienza siano - è insomma nella natura stessa degli uomini e delle donne lussemburghesi. E oggi, con ben più di 30 residenti stranieri su 100 abitanti, nel Lussemburgo (preferibilmente Granducato di Lussemburgo, onde evitare confusioni con l'omonima provincia belga) tale influenza si avverte come non mai anche nella quotidianità: se per le strade si parla soprattutto il lussemburghese, la maggior parte delle indicazioni stradali sono in francese, mentre la stampa, in genere, preferisce la lingua tedesca (ma non mancano cultori dell'inglese, del portoghese o dell'italiano). E non è certo un caso che il Monumento Internazionale dello Scautismo si trovi a Wiltz, una delle dodici città del Granducato.
È anche vero, però, che gli stessi, medesimi lussemburghesi presentano un profilo molto mitteleuropeo. Sono amanti delle regole, per intenderci. Di quelle scritte e di quelle non scritte: che tutti devono rispettare, nessuno escluso. Così, se nel 1922, con il referendum, espressero in modo esplicito il loro apprezzamento per i Granduchi, non per questo rinunciarono a sottolineare il disappunto per gli orientamenti avversi alla neutralità operati dalla Granduchessa Maria Adelaide, costretta di conseguenza ad abdicare in quello stesso anno.
L'apertura ai contributi delle altre culture - influenze e suggerimenti, di qualunque provenienza siano - è insomma nella natura stessa degli uomini e delle donne lussemburghesi. E oggi, con ben più di 30 residenti stranieri su 100 abitanti, nel Lussemburgo (preferibilmente Granducato di Lussemburgo, onde evitare confusioni con l'omonima provincia belga) tale influenza si avverte come non mai anche nella quotidianità: se per le strade si parla soprattutto il lussemburghese, la maggior parte delle indicazioni stradali sono in francese, mentre la stampa, in genere, preferisce la lingua tedesca (ma non mancano cultori dell'inglese, del portoghese o dell'italiano). E non è certo un caso che il Monumento Internazionale dello Scautismo si trovi a Wiltz, una delle dodici città del Granducato.
È anche vero, però, che gli stessi, medesimi lussemburghesi presentano un profilo molto mitteleuropeo. Sono amanti delle regole, per intenderci. Di quelle scritte e di quelle non scritte: che tutti devono rispettare, nessuno escluso. Così, se nel 1922, con il referendum, espressero in modo esplicito il loro apprezzamento per i Granduchi, non per questo rinunciarono a sottolineare il disappunto per gli orientamenti avversi alla neutralità operati dalla Granduchessa Maria Adelaide, costretta di conseguenza ad abdicare in quello stesso anno.

Progetto Glacis di Édouard André
Idee chiare.
Regole, ma anche organizzazione. Che deve essere efficiente e funzionale, frutto di idee chiare. Per questo i lussemburghesi vanno fieri del maestoso viadotto ottocentesco a ventiquattro arcate, che è una delle caratteristiche della Capitale, tanto quanto del Ponte Adolphe, che di arcate ne ha una sola, ma in pietra, a volta, lunga 85 metri: nel 1900, quando fu realizzato, ebbe il primato mondiale.
Del resto, ricco di corsi d'acqua com'è, il Granducato di ponti ne ha innumerevoli: a Lussemburgo città - la capitale, che da sola riunisce quasi un quinto dell'intera popolazione del Paese - ne sono stati contati oltre cento (ma non tutti sono d'accordo). Per non parlare della estesa e secolare rete ferroviaria e, ancora, della stupefacente topografia in uno splendido contesto: castelli e abbazie, fortificazioni militari e casematte, tra rocce e burroni, boschi e fiumi regalano scenografie mozzafiato. Che hanno fatto grandi, oltremodo sensibilizzandoli, personaggi come Edward Steichen (classe 1879), il pioniere della fotografia amatissimo nel Granducato.
Scenografie che però, per quanto grandiosamente realizzate nei secoli, sono state protagoniste di una sorprendente trasformazione, sulla scorta delle decisioni assunte dai plenipotenziari d'Europa a Londra nel 1867. Essi infatti, dichiarando la neutralità del Granducato, stabilirono sia il suo non dover più essere oggetto «di qualsivoglia pretesa da parte di qualsivoglia Nazione continentale», sia la demolizione delle fortificazioni (con cinte murarie lunghe fino a 24 chilometri). Un'impresa di "demilitarizzazione" - per quanto solo parziale, che durerà ben sedici anni, dal costo finale di circa un milione e mezzo di franchi d'oro del tempo - proceduta nell'assoluto rispetto delle regole, ma per realizzare la quale i lussemburghesi si affidarono a un architetto paesaggista: il francese Édouard André, che ricostituì l'immagine del territorio completandola con suggestivi spazi verdi. Un progetto senza precedenti, di cui però l'esito finale è oggi sotto gli occhi di tutti.
Del resto, ricco di corsi d'acqua com'è, il Granducato di ponti ne ha innumerevoli: a Lussemburgo città - la capitale, che da sola riunisce quasi un quinto dell'intera popolazione del Paese - ne sono stati contati oltre cento (ma non tutti sono d'accordo). Per non parlare della estesa e secolare rete ferroviaria e, ancora, della stupefacente topografia in uno splendido contesto: castelli e abbazie, fortificazioni militari e casematte, tra rocce e burroni, boschi e fiumi regalano scenografie mozzafiato. Che hanno fatto grandi, oltremodo sensibilizzandoli, personaggi come Edward Steichen (classe 1879), il pioniere della fotografia amatissimo nel Granducato.
Scenografie che però, per quanto grandiosamente realizzate nei secoli, sono state protagoniste di una sorprendente trasformazione, sulla scorta delle decisioni assunte dai plenipotenziari d'Europa a Londra nel 1867. Essi infatti, dichiarando la neutralità del Granducato, stabilirono sia il suo non dover più essere oggetto «di qualsivoglia pretesa da parte di qualsivoglia Nazione continentale», sia la demolizione delle fortificazioni (con cinte murarie lunghe fino a 24 chilometri). Un'impresa di "demilitarizzazione" - per quanto solo parziale, che durerà ben sedici anni, dal costo finale di circa un milione e mezzo di franchi d'oro del tempo - proceduta nell'assoluto rispetto delle regole, ma per realizzare la quale i lussemburghesi si affidarono a un architetto paesaggista: il francese Édouard André, che ricostituì l'immagine del territorio completandola con suggestivi spazi verdi. Un progetto senza precedenti, di cui però l'esito finale è oggi sotto gli occhi di tutti.
Pregiudizi?
Anche questo è il Lussemburgo, anche così sono i lussemburghesi. Ma se per caso, trovandovi a camminare per una delle loro città dal grazioso aspetto lillipuziano, vi sentirete sopraffatti dalla sensazione di vivere in una favola moderna, ispirata dal ruolo di importante piazza finanziaria mondiale da loro svolto, non lasciatevi andare al pregiudizio. È vero: nel Granducato si conta un'impresa bancaria ogni tremila abitanti. Ma attenzione: l'apparenza inganna. Quasi sempre.
articolo di Mina Conti
impaginazione Guglielmo Sessa
COMMENTI:
Mi rammarico sempre di non essere restato nel granducato avendoci lavorato negli anni settanta x una decina d'anni un saluto a tutti gli italiani in lussemburgo e ovviamente a tutti i lussemburghesi...
Postato da Giancarlo il 26-11-2011
Adoro il Lussemburgo, é veramente un paese fantastico, piccolo ma variegato, da nord a sud! Peccato che certa gente non lo apprezzi come dovuto!
Postato da Mario il 5-1-2012
