Vivere in Lussemburgo - Redditi
Differenza di salari in Europa.
Bulgaria e Lussemburgo agli estremi, alcuni stati (come l'Italia) non prevedono salari minimi a livello nazionale. Il costo della vita e altri fattori che influiscono sul benessere del cittadino.

“La crisi economica è ancora in agguato, i contratti dei lavoratori si evolvono ma molti paesi dell'Unione europea non rinunciano a un importante strumento a garanzia dei lavoratori: il salario minimo. Si tratta della paga più bassa, stabilita per legge, che deve essere corrisposta a tutti i lavoratori dipendenti di un paese, o almeno a un'ampia maggioranza di essi. Tale somma, in genere mensile, è calcolata al lordo delle tasse sul reddito e dei contributi per i servizi pensionistici e di welfare. L'importo viene rivalutato periodicamente in base a vari fattori come il tasso di produttività, il Pil, l'indice dei prezzi al consumo e l'andamento complessivo dell'economia di un paese.
In base alle ultime rilevazioni Eurostat (gennaio 2011), ben 20 dei 27 Stati membri dell'Unione europea e 2 paesi candidati ad entrarvi (Croazia e Turchia) presentano una legislazione del salario minimo. Le differenze di paga minima tra paese e paese, però, sono molto consistenti. Si va dai 123 euro della Bulgaria (la somma più bassa) ai 1.758 euro in Lussemburgo (lo stipendio di partenza più alto). Osservati nel complesso, i 22 Stati che applicano questa forma di tutela del lavoro possono essere suddivisi in tre fasce, a seconda della quantità minima di denaro corrisposta ai lavoratori. La prima include gli 11 paesi con gli stipendi di base più bassi, compresi cioè tra i 100 e i 400 euro. Si tratta sostanzialmente di Stati dell'Europa dell'Est: Bulgaria, Romania, Lituania, Estonia, Ungheria, Lettonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, Croazia e Turchia. La seconda fascia raggruppa i paesi membri in cui il salario minimo, compreso tra i 550 e i 950 euro, raggiunge un livello intermedio. Sono Portogallo, Malta, Slovenia, Spagna e Grecia. Il terzo gruppo include invece gli Stati che garantiscono per legge le paghe di partenza più elevate (più di 1.100 euro al mese): Regno Unito, Francia, Belgio, Olanda, Irlanda e Lussemburgo. Significativa la presenza in questa categoria dell'Irlanda, che continua a mantenere alti i salari minimi dei lavoratori dipendenti nonostante il recente dissesto economico e il rischio di fallimento dell'intero paese.
In base alle ultime rilevazioni Eurostat (gennaio 2011), ben 20 dei 27 Stati membri dell'Unione europea e 2 paesi candidati ad entrarvi (Croazia e Turchia) presentano una legislazione del salario minimo. Le differenze di paga minima tra paese e paese, però, sono molto consistenti. Si va dai 123 euro della Bulgaria (la somma più bassa) ai 1.758 euro in Lussemburgo (lo stipendio di partenza più alto). Osservati nel complesso, i 22 Stati che applicano questa forma di tutela del lavoro possono essere suddivisi in tre fasce, a seconda della quantità minima di denaro corrisposta ai lavoratori. La prima include gli 11 paesi con gli stipendi di base più bassi, compresi cioè tra i 100 e i 400 euro. Si tratta sostanzialmente di Stati dell'Europa dell'Est: Bulgaria, Romania, Lituania, Estonia, Ungheria, Lettonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, Croazia e Turchia. La seconda fascia raggruppa i paesi membri in cui il salario minimo, compreso tra i 550 e i 950 euro, raggiunge un livello intermedio. Sono Portogallo, Malta, Slovenia, Spagna e Grecia. Il terzo gruppo include invece gli Stati che garantiscono per legge le paghe di partenza più elevate (più di 1.100 euro al mese): Regno Unito, Francia, Belgio, Olanda, Irlanda e Lussemburgo. Significativa la presenza in questa categoria dell'Irlanda, che continua a mantenere alti i salari minimi dei lavoratori dipendenti nonostante il recente dissesto economico e il rischio di fallimento dell'intero paese.

Il divario esistente tra i vari paesi si riduce però se questi valori vengono calcolati a parità di potere di acquisto in euro. Se infatti il gap in valori assoluti tra il fanalino di coda (la Bulgaria) e la prima della classe (il Lussemburgo) è di circa 1:14, la differenza nei livelli dei prezzi abbassa questo rapporto a 1:6 (233 euro di salario minimo in Bulgaria contro i 1.452 euro in Lussemburgo). Utilizzando il parametro del potere d'acquisto, in tutti i paesi in cui il costo della vita è meno elevato gli impiegati e gli operai ricevono dai loro datori di lavoro retribuzioni minime proporzionalmente più alte e viceversa. Fa eccezione solo il Regno Unito, dove il valore delle paghe mensili minime espresso a parità di potere di acquisto è più elevato che se espresso in euro. Questo fenomeno però si spiega con la relativa debolezza della sterlina nel cambio con l'euro.
Come è facile notare, tra i paesi citati manca l'Italia. Insieme a Germania, Danimarca, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia, il Belpaese è infatti uno dei sette Stati membri dell'Unione europea che non prevede salari minimi a livello nazionale. Lo strumento di tutela delle retribuzioni minime vigente nel nostro paese è il cosiddetto minimo sindacale, la paga minima che per legge deve essere contrattata periodicamente tra sindacati e imprese e inserita nei contratti collettivi nazionali di lavoro delle singole categorie. Esiste quindi una retribuzione minima sindacale per i metalmeccanici, gli agricoltori, gli artigiani tessili, i chimici e così via. Dal momento che i contratti collettivi nazionali di lavoro hanno progressivamente esteso la loro efficacia erga omnes - possono cioè essere applicati anche ai lavoratori dipendenti da datori di lavoro che non aderiscono alle organizzazioni che hanno stipulato gli accordi nazionali -, si può in parte affermare che anche in Italia esista un salario minimo, benché differenziato in base alle singole categorie produttive.
Come è facile notare, tra i paesi citati manca l'Italia. Insieme a Germania, Danimarca, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia, il Belpaese è infatti uno dei sette Stati membri dell'Unione europea che non prevede salari minimi a livello nazionale. Lo strumento di tutela delle retribuzioni minime vigente nel nostro paese è il cosiddetto minimo sindacale, la paga minima che per legge deve essere contrattata periodicamente tra sindacati e imprese e inserita nei contratti collettivi nazionali di lavoro delle singole categorie. Esiste quindi una retribuzione minima sindacale per i metalmeccanici, gli agricoltori, gli artigiani tessili, i chimici e così via. Dal momento che i contratti collettivi nazionali di lavoro hanno progressivamente esteso la loro efficacia erga omnes - possono cioè essere applicati anche ai lavoratori dipendenti da datori di lavoro che non aderiscono alle organizzazioni che hanno stipulato gli accordi nazionali -, si può in parte affermare che anche in Italia esista un salario minimo, benché differenziato in base alle singole categorie produttive.

I problemi sorgono però quando i lavoratori non possono godere dei benefici del contratto collettivo nazionale. In primo luogo, per esempio, alcune tipologie come gli stage e i contratti a progetto, diffusissime in tutta la Penisola, non fanno riferimento ad alcun contratto nazionale di lavoro e non prevedono pertanto che il dipendente venga inquadrato secondo una paga di base: queste forme contrattuali non prevedono quindi salari minimi.
Negli ultimi anni, inoltre, come insegna anche l'accordo stipulato dalla Fiat per lo stabilimento di Mirafiori, la contrattazione collettiva nazionale sta lasciando sempre più spazio alla contrattazione a livello aziendale, o di secondo livello. Le imprese, dal canto loro, ambiscono a una minore rigidità contrattuale per poter aumentare la propria produttività ed essere più competitive a livello globale. Dal punto di vista dei lavoratori, però, questa dinamica potrebbe essere penalizzante anche per quanto riguarda i livelli minimi di retribuzione. I motivi sono principalmente due: da una parte, nell'ambito della contrattazione aziendale, le garanzie per i lavoratori rischiano di essere limitate dalla necessità delle imprese di stringere accordi con le parti sociali che prevedano meno vincoli possibili, pena la rinuncia a nuovi investimenti; dall'altra, in questo tipo di accordi le organizzazioni sindacali più forti vengono sistematicamente depotenziate perché spesso non sono disposte a osservare le clausole più restrittive proposte dalle imprese: in questo modo la rappresentanza sindacale finisce col frammentarsi e perdere potere contrattuale per negoziare salari più alti e condizioni di lavoro più vantaggiose. In ogni caso, la contrattazione a livello aziendale guadagnerà inevitabilmente sempre più terreno rispetto a quella nazionale. Starà alla responsabilità delle parti sociali trovare nuovi metodi per garantire ai lavoratori paghe di partenza dignitose e buoni livelli di occupazione senza che le imprese italiane rinuncino a crescere e a diventare più intraprendenti sui mercati globali.”
Articolo Andrea Marchese; Fonte: Tirreno News; Eurostat;
Negli ultimi anni, inoltre, come insegna anche l'accordo stipulato dalla Fiat per lo stabilimento di Mirafiori, la contrattazione collettiva nazionale sta lasciando sempre più spazio alla contrattazione a livello aziendale, o di secondo livello. Le imprese, dal canto loro, ambiscono a una minore rigidità contrattuale per poter aumentare la propria produttività ed essere più competitive a livello globale. Dal punto di vista dei lavoratori, però, questa dinamica potrebbe essere penalizzante anche per quanto riguarda i livelli minimi di retribuzione. I motivi sono principalmente due: da una parte, nell'ambito della contrattazione aziendale, le garanzie per i lavoratori rischiano di essere limitate dalla necessità delle imprese di stringere accordi con le parti sociali che prevedano meno vincoli possibili, pena la rinuncia a nuovi investimenti; dall'altra, in questo tipo di accordi le organizzazioni sindacali più forti vengono sistematicamente depotenziate perché spesso non sono disposte a osservare le clausole più restrittive proposte dalle imprese: in questo modo la rappresentanza sindacale finisce col frammentarsi e perdere potere contrattuale per negoziare salari più alti e condizioni di lavoro più vantaggiose. In ogni caso, la contrattazione a livello aziendale guadagnerà inevitabilmente sempre più terreno rispetto a quella nazionale. Starà alla responsabilità delle parti sociali trovare nuovi metodi per garantire ai lavoratori paghe di partenza dignitose e buoni livelli di occupazione senza che le imprese italiane rinuncino a crescere e a diventare più intraprendenti sui mercati globali.”
Articolo Andrea Marchese; Fonte: Tirreno News; Eurostat;
