Vivere in Lux
Parlate italo-lussemburghese?
Appunti sulla lingua degli italiani di Lussemburgo

Molti italo-lussemburghesi parlano quotidianamente e correntemente l’italiano, altri l’hanno sempre praticato poco per motivi anagrafici e per una più intima frequentazione col dialetto d’origine, altri ancora, essendo di seconda generazione, hanno come lingua prevalente il lussemburghese ma parlano italiano ogniqualvolta se ne presenti l’occasione, per non dimenticarlo o per perfezionarsi: tutti, comunque, sono sotto la pressione del francese, una delle tre lingue del paese (per la precisione, quella ufficiale e usata con gli stranieri, specialmente i nuovi arrivati, mentre il tedesco prevale a scuola e il lussemburghese nei rapporti interpersonali fra persone nate nelGranducato).
Gli italo-lussemburghesi che conoscono meno l’italiano, e che si limitano a qualche frase quando proprio non ne possono fare a meno (ad es. se incontrano turisti italiani in Lussemburgo, o se sono loro turisti in Italia), non solo usano sintassi e fraseologia francesi, ma inventano anche le parole, risultando di fatto incomprensibili a un italiano d’Italia non linguisticamente smaliziato. Ma non è di loro che si occupa quest’articolo, bensì di quegli italo-lussemburghesi che parlano attivamente un italiano che, pur comunicativo e considerato lingua materna, ha però molti punti di divergenza dall’italiano d’Italia, con frequenti possibilità d’equivoco. Va peraltro sottolineato che questo italo-lussemburghese non è una lingua estemporanea e inventata, bensì un veicolo di comunicazione condiviso e usato anche in occasioni ufficiali, come il festival del cinema italiano, le feste dell’Unità, le elezioni primarie, gl’incontri davanti al consolato ecc.
Lasciato il Lussemburgo dopo 10 anni di felice soggiorno per trasferirmi a Bruxelles, dedico questo piccolo lavoro a tutti gli italo-lussemburghesi che ho incontrato (per la massima parte, provenienti dalle Marche e dall’Umbria, anche quando di seconda generazione). Chiudo quest’introduzione specificando che tutto il materiale presentato è stato sentito con le mie proprie orecchie, in genere da persone diverse o perlomeno più volte dalla stessa.
Gli italo-lussemburghesi che conoscono meno l’italiano, e che si limitano a qualche frase quando proprio non ne possono fare a meno (ad es. se incontrano turisti italiani in Lussemburgo, o se sono loro turisti in Italia), non solo usano sintassi e fraseologia francesi, ma inventano anche le parole, risultando di fatto incomprensibili a un italiano d’Italia non linguisticamente smaliziato. Ma non è di loro che si occupa quest’articolo, bensì di quegli italo-lussemburghesi che parlano attivamente un italiano che, pur comunicativo e considerato lingua materna, ha però molti punti di divergenza dall’italiano d’Italia, con frequenti possibilità d’equivoco. Va peraltro sottolineato che questo italo-lussemburghese non è una lingua estemporanea e inventata, bensì un veicolo di comunicazione condiviso e usato anche in occasioni ufficiali, come il festival del cinema italiano, le feste dell’Unità, le elezioni primarie, gl’incontri davanti al consolato ecc.
Lasciato il Lussemburgo dopo 10 anni di felice soggiorno per trasferirmi a Bruxelles, dedico questo piccolo lavoro a tutti gli italo-lussemburghesi che ho incontrato (per la massima parte, provenienti dalle Marche e dall’Umbria, anche quando di seconda generazione). Chiudo quest’introduzione specificando che tutto il materiale presentato è stato sentito con le mie proprie orecchie, in genere da persone diverse o perlomeno più volte dalla stessa.

Cominciamo con un’espressione che si sente in tutti i ristoranti italiani di Lussemburgo, anche quando il cameriere è appena arrivato dall’Italia (ma, istruito dai colleghi più esperti, ne accetta entusiasticamente la terminologia): “Come suggestione di oggi abbiamo...” (le linguine agli scampi, gli spaghetti allo scoglio, le orecchiette o qualunque altro piatto del giorno): subito si nota l’interferenza del francese, in cui suggestion vale “suggerimento”.
Continuando coi calchi lessicali, abbiamo “legumi” per “verdura” (fr. légumes), “cantina” per “mensa” (cantine), “ba(s)timento” per “edificio” (bâtiment), “intervista” per “colloquio”(interview), “ufficio” per “scrivania” (bureau), “corrispondenza” per “coincidenza” dei mezzi di trasporto (correspondance), “carta da visita” per “biglietto da visita” (carte de visite), “portaparola” per “portavoce” (porte-parole), “radar” per “autovelox” (radar) e “ordinatore” per “computer” (ordinateur), mentre andare “alle urgenze” sta per “al pronto soccorso” (aux urgences).
Il fatto che il termine “cantina” designi la “mensa” non impedisce di usarlo anche per la parte della casa che si trova nel sottosuolo e che gli italiani d’Italia ingombrano di cianfrusaglie mentre quelli di Lussemburgo, seguendo i costumi locali, usano per tenerci la “macchina da lavare”, cioè la “lavatrice” (machine à laver).
Per dimostrare cosa intendevo dicendo che l’italo-lussemburghese è un codice condiviso (e dunque ha regole, eccezioni ed errori) citerò un sms ricevuto quando stavo organizzando la mia partenza da Lussemburgo. Un amico chiedeva: “Cos’hai deciso di fare col tuo appartamento? Ho in pensiero di smenagiare e mi piacerebbe abitare in centro”. Mi sono subito rivolto a un altro amico, dotato di capacità d’analisi metalinguistica, per sapere se “smenagiare” fosse moneta corrente fra gli italo-lussemburghesi, e lui ha risposto con un sorriso: “No, è sbagliato, ci vogliono due g, il termine corretto è smenaggiare!”. Si tratta ovviamente del francese déménager “traslocare”, sapientemente ricostruito con morfemi italiani, di cui esiste anche il deverbale “smenaggiamento”, ossia il trasloco (déménagement). Il verbo si coniuga: “smenaggio domani, ha smenaggiato l’anno scorso, stiamo smenaggiando, non smenaggerei mai” ecc., anche se credo che non sia molto frequente al congiuntivo e al futuro.
Continuando coi calchi lessicali, abbiamo “legumi” per “verdura” (fr. légumes), “cantina” per “mensa” (cantine), “ba(s)timento” per “edificio” (bâtiment), “intervista” per “colloquio”(interview), “ufficio” per “scrivania” (bureau), “corrispondenza” per “coincidenza” dei mezzi di trasporto (correspondance), “carta da visita” per “biglietto da visita” (carte de visite), “portaparola” per “portavoce” (porte-parole), “radar” per “autovelox” (radar) e “ordinatore” per “computer” (ordinateur), mentre andare “alle urgenze” sta per “al pronto soccorso” (aux urgences).
Il fatto che il termine “cantina” designi la “mensa” non impedisce di usarlo anche per la parte della casa che si trova nel sottosuolo e che gli italiani d’Italia ingombrano di cianfrusaglie mentre quelli di Lussemburgo, seguendo i costumi locali, usano per tenerci la “macchina da lavare”, cioè la “lavatrice” (machine à laver).
Per dimostrare cosa intendevo dicendo che l’italo-lussemburghese è un codice condiviso (e dunque ha regole, eccezioni ed errori) citerò un sms ricevuto quando stavo organizzando la mia partenza da Lussemburgo. Un amico chiedeva: “Cos’hai deciso di fare col tuo appartamento? Ho in pensiero di smenagiare e mi piacerebbe abitare in centro”. Mi sono subito rivolto a un altro amico, dotato di capacità d’analisi metalinguistica, per sapere se “smenagiare” fosse moneta corrente fra gli italo-lussemburghesi, e lui ha risposto con un sorriso: “No, è sbagliato, ci vogliono due g, il termine corretto è smenaggiare!”. Si tratta ovviamente del francese déménager “traslocare”, sapientemente ricostruito con morfemi italiani, di cui esiste anche il deverbale “smenaggiamento”, ossia il trasloco (déménagement). Il verbo si coniuga: “smenaggio domani, ha smenaggiato l’anno scorso, stiamo smenaggiando, non smenaggerei mai” ecc., anche se credo che non sia molto frequente al congiuntivo e al futuro.

Abbiamo poi “per capire come funziona il telefonino, devi consacrare mezz’ora a leggere le istruzioni”, sacrificio che deve sembrare un po’ stravagante agli italiani d’Italia (i quali al limite consacrano la vita alla famiglia, o alla professione, o al volontariato), ma normalissimo per chi è abituato a utilizzare, quando parla in francese, il verbo consacrer per “dedicare”. In Lussemburgo si porta la macchina “al garage”, cioè “in officina”, chi “fa parte di una giuria” non elegge una reginetta di bellezza ma partecipa a una commissione d’esame o di concorso (jury de concours) e se ha “un cane gentile” non vive con un animale particolarmente forbito e servizievole, ma semplicemente non mordace (cioè “buono”, gentil).
Chi ha una quarantina d’anni “ha la quarantina” (il a la quarantaine), chi deve aspettare a lungo si porta “della lettura”, cioè qualcosa da leggere (de la lecture) per ingannare l’attesa, mentre chi si reca spesso in un’altra città è perché ha colà “della famiglia” (de la famille). Se ho “avuto mio fratello al telefono” è perché ci ho parlato grazie alla geniale invenzione di Meucci (je l’ai eu au téléphone), e magari mi ha detto di salutare la mia vicina: in tal caso busserò educatamente alla sua porta e le dirò “avete il buongiorno di mio fratello” (si dà del Voi, a volte per influenza dei dialetti ma, soprattutto, perché la forma di cortesia in francese è vous), dato che vous avez le bonjour de mon frère significa “La saluta mio fratello” (o chi per lui).
Naturalmente, non tutti sono gentili allo stesso modo: “È proprio un cafone, ieri l’ho visto in discoteca e gli ho detto buongiorno, ma non mi ha risposto” è frase alquanto strana per un italiano d’Italia, che se incontra un conoscente alle due di notte o analoghi orari discotecari non gli dice certo buongiorno, eppure è perfettamente normale per gli italo-lussemburghesi, perché per loro “dire buongiorno” equivale a “salutare” (dire bonjour). In effetti, anche il succitato cane è considerato dire “buongiorno” se mi viene incontro scodinzolando. Ancora, c’è chi va “a prendere il gatto all’asilo”, non necessariamente perché senta amore filiale per un felino, ma perché l’asile des chats in francese è il gattile.
Aggiungo “tutto quel che è limonata non lo bevo” che significa “non mi piacciono le bevande gassate” (limonades) e “questa domanda è anziana, va rifatta”, indicante che una richiesta è vecchia (ancienne), cioè scaduta. Se uno per me “è un po’ speciale” non si tratta di una persona a cui sono particolarmente affezionato bensì, alcontrario, di un tipo strambo da cui invito a girare alla larga (il est un peu spécial). Per autodefinirsi, molti dicono: “(non) sono qualcuno che” intendendo “(non) sono uno che” (ad es. “ama scherzare, si diverte a perder tempo” o “parte presto dal lavoro”), dal francese je suis (o je ne suis pas) quelqu’un qui…
Chi ha una quarantina d’anni “ha la quarantina” (il a la quarantaine), chi deve aspettare a lungo si porta “della lettura”, cioè qualcosa da leggere (de la lecture) per ingannare l’attesa, mentre chi si reca spesso in un’altra città è perché ha colà “della famiglia” (de la famille). Se ho “avuto mio fratello al telefono” è perché ci ho parlato grazie alla geniale invenzione di Meucci (je l’ai eu au téléphone), e magari mi ha detto di salutare la mia vicina: in tal caso busserò educatamente alla sua porta e le dirò “avete il buongiorno di mio fratello” (si dà del Voi, a volte per influenza dei dialetti ma, soprattutto, perché la forma di cortesia in francese è vous), dato che vous avez le bonjour de mon frère significa “La saluta mio fratello” (o chi per lui).
Naturalmente, non tutti sono gentili allo stesso modo: “È proprio un cafone, ieri l’ho visto in discoteca e gli ho detto buongiorno, ma non mi ha risposto” è frase alquanto strana per un italiano d’Italia, che se incontra un conoscente alle due di notte o analoghi orari discotecari non gli dice certo buongiorno, eppure è perfettamente normale per gli italo-lussemburghesi, perché per loro “dire buongiorno” equivale a “salutare” (dire bonjour). In effetti, anche il succitato cane è considerato dire “buongiorno” se mi viene incontro scodinzolando. Ancora, c’è chi va “a prendere il gatto all’asilo”, non necessariamente perché senta amore filiale per un felino, ma perché l’asile des chats in francese è il gattile.
Aggiungo “tutto quel che è limonata non lo bevo” che significa “non mi piacciono le bevande gassate” (limonades) e “questa domanda è anziana, va rifatta”, indicante che una richiesta è vecchia (ancienne), cioè scaduta. Se uno per me “è un po’ speciale” non si tratta di una persona a cui sono particolarmente affezionato bensì, alcontrario, di un tipo strambo da cui invito a girare alla larga (il est un peu spécial). Per autodefinirsi, molti dicono: “(non) sono qualcuno che” intendendo “(non) sono uno che” (ad es. “ama scherzare, si diverte a perder tempo” o “parte presto dal lavoro”), dal francese je suis (o je ne suis pas) quelqu’un qui…

Interessante l’uso del verbo “partire”: in italiano d’Italia, presuppone in genere che si prenda un treno, un aereo o un’automobile e ci si rechi altrove per un certo periodo di tempo (spesso ritornandone, tranne casi di emigrazione in Australia o disastri inattesi: si parte per andare in vacanza, per lavorare un certo periodo in un’altra città ecc.). In francese, invece, partir ha un campo semantico molto più ampio, che si può far corrispondere a un generico “andar via”:di conseguenza, in italo-lussemburghese “il direttore è partito” può significare semplicemente che per stasera è già andato a casa, oppure che si è assentato un attimo (ma tornerà fra pochi istanti: italiani d’Italia spediti in trasferta di lavoro in un paese francofono, aspettate prima di mettere i piedi sul tavolo!).
Invece, “mia moglie è partita” vuole anche dire che ha fatto le valigie ed è tornata per sempre dalla madre: di qui possibili incomprensioni fra l’italo-lussemburghese in lacrime e l’italiano d’Italia che quando la moglie si assenta un paio di giorni va a bere birra con gli amici...
Notevole anche la scelta delle preposizioni col verbo “partire”: chi vive in Lussemburgo parte “in vacanza, in Italia, a Roma” anziché “per le vacanze, per l’Italia, per Roma”, perché così vuole la reggenza francese: partir en vacances, en Italie, à Rome. Ed eccoci arrivati alle particolarità grammaticali, che non mancano: non si va “a scuola, in piscina, in palestra”, ma “alla scuola, alla piscina” e “alla sala” (à l’école, à lapiscine, à la salle de sport), e per “in base a cui” o “secondo cui” si può sentir dire “come cui” (comme quoi), ad esempio “è arrivata una circolare come cui cambiano i programmi scolastici”; inoltre, “Bruxelles sta al Nord” non significa che il parlante crede che la capitale belga faccia parte delle zone boreali del Granducato, bensì che sa benissimo che, trovandosi in Belgio, è situata “a Nord” rispetto al Lussemburgo (au Nord du Luxembourg).
Devo ammettere che alcune di queste costruzioni e interferenze lessicali si sentono anche nella produzione, in genere più sorvegliata, di persone nate, cresciute e scolarizzate in Italia e arrivate da non tanti anni in Lussemburgo: particolarmente contagiosi sono allez per introdurre un saluto di commiato e voilà detto in tutte le salse (in francese si usa spessissimo, per indicare, presentare,
acconsentire, concludere). Queste due parole spiazzano un po’ gli italiani d’Italia, dato che sono conosciute, ma note per essere straniere e con uso piuttosto ristretto: “alé” lo si grida allo stadio o in analoghe situazioni d’incitamento, “voilà” si dice più che altro per scherzo, perché suona snobistico e un po’ caricaturale.
Invece, “mia moglie è partita” vuole anche dire che ha fatto le valigie ed è tornata per sempre dalla madre: di qui possibili incomprensioni fra l’italo-lussemburghese in lacrime e l’italiano d’Italia che quando la moglie si assenta un paio di giorni va a bere birra con gli amici...
Notevole anche la scelta delle preposizioni col verbo “partire”: chi vive in Lussemburgo parte “in vacanza, in Italia, a Roma” anziché “per le vacanze, per l’Italia, per Roma”, perché così vuole la reggenza francese: partir en vacances, en Italie, à Rome. Ed eccoci arrivati alle particolarità grammaticali, che non mancano: non si va “a scuola, in piscina, in palestra”, ma “alla scuola, alla piscina” e “alla sala” (à l’école, à lapiscine, à la salle de sport), e per “in base a cui” o “secondo cui” si può sentir dire “come cui” (comme quoi), ad esempio “è arrivata una circolare come cui cambiano i programmi scolastici”; inoltre, “Bruxelles sta al Nord” non significa che il parlante crede che la capitale belga faccia parte delle zone boreali del Granducato, bensì che sa benissimo che, trovandosi in Belgio, è situata “a Nord” rispetto al Lussemburgo (au Nord du Luxembourg).
Devo ammettere che alcune di queste costruzioni e interferenze lessicali si sentono anche nella produzione, in genere più sorvegliata, di persone nate, cresciute e scolarizzate in Italia e arrivate da non tanti anni in Lussemburgo: particolarmente contagiosi sono allez per introdurre un saluto di commiato e voilà detto in tutte le salse (in francese si usa spessissimo, per indicare, presentare,
acconsentire, concludere). Queste due parole spiazzano un po’ gli italiani d’Italia, dato che sono conosciute, ma note per essere straniere e con uso piuttosto ristretto: “alé” lo si grida allo stadio o in analoghe situazioni d’incitamento, “voilà” si dice più che altro per scherzo, perché suona snobistico e un po’ caricaturale.

Anacronistico in Italia, è frequente in Lussemburgo l’uso di “signore, signora” per influenza di Monsieur e Madame come allocutivo (ad es. in negozio, quando il commesso consegna la merce: “Ecco signore”, cui gli italiani d’Italia preferiscono “Ecco a Lei” al Nord e “Ecco dottore” al Centro-Sud), oppure per parlare con una punta di rispetto o distanza di persone assenti (alcuni funzionari europei lo usano ancora riferendosi a quei colleghi cui non danno del tu, seguito dal cognome).
Torniamo agli italo-lussemburghesi veri e propri, con due vocaboli di origine diversa. Anzitutto c’è “sgnappa” (dal tedesco Schnaps) per “grappa”: parola di area alpina, in particolare friulana e veneta, è entrata nell’uso indipendentemente dalla provenienza regionale. E poi un prestito diretto dal tedesco: “mio figlio ha ricevuto uno stipendio ed è andato a studiare a Strasburgo”. Vista l’aria che tira, in Italia è raro che gli studenti ricevano una borsa di studio (Stipendium), figuriamoci lo stipendio !
Torniamo agli italo-lussemburghesi veri e propri, con due vocaboli di origine diversa. Anzitutto c’è “sgnappa” (dal tedesco Schnaps) per “grappa”: parola di area alpina, in particolare friulana e veneta, è entrata nell’uso indipendentemente dalla provenienza regionale. E poi un prestito diretto dal tedesco: “mio figlio ha ricevuto uno stipendio ed è andato a studiare a Strasburgo”. Vista l’aria che tira, in Italia è raro che gli studenti ricevano una borsa di studio (Stipendium), figuriamoci lo stipendio !
Daniele Vitali
Inter@lia
I Vostri Commenti
Un articolo davvero magnifico e .... devo prutroppo ammettere, che a volte , dopo quasi 11 anni a Lussemburgo, anch'io parlo l'italo lussemburghese.
Savina
Trovo bello e pertinente l'articolo di Daniele Vitali, che saluto.
Certo che sul tema si potrebbe scrivere tantissimo, nei caffé (bar) lussemburghesi se ne sentono di tutti i colori, spesso esilaranti: pescando una bella carta dal mazzo, ho sentito "ah, questa la guardo!";
poi "per fortuna ho pescato il giollo!"(normale, visto che i giolli sono piů di uno);
"attento che ci sono i flicchi!(les flicks, i poliziotti) e via discorrendo....ed ascoltando..
Marcello
Bravo Daniele!
un po' di tempo fa, non conoscendo bene il francese, ho sperimentato i problemi di "partir"
una conoscente mi diceva che il marito era partito e io non sapevo se dovevo essere felice (vacanza), dispiaciuta (separati) o molto dispiaciuta (in italiano si usa anche per i defunti!!!)
ciao, vado a vedere se mia figlia ha preso il bagno :)
Francesca
Grazie, Daniele, dell'interessantissimo articolo!
L'ho già copiato e lo leggerò in classe questa sera con i miei studenti!
Bravo!
Maria
Bravo Daniele, mi è piacuto molto il tuo articolo.
Essendo italiano di seconda generazione, ho saputo apprezzare le diverse sfumature dell'italo - lussemburghese. Potrei aggiungere altre frase ridicole, tipo: La stanza é troppo sporca. c'é molta poussiera (polvere)
oppure: Sono molto stanco. Stanotte ho travagliato (lavorato) molto.
Gianmarco
Fotogallery
|

