ARTE - Carré Rotondes
Moving Worlds

L’esposizione Moving Worlds, inaugurata il 30 giugno scorso a CarréRotondes, e aperta fino al 19 settembre, costituisce la seconda edizione della Triennale di creazione contemporanea di Lussemburgo, il Roundabout II - Triennale Jeune Création. La Triennale è stata istituita per dare continuità all’ampio ventaglio di iniziative culturali di Lussemburgo e Grande Région, Capitale Européenne de la Culture 2007, una circostanza di grande portata che ha permesso alla città di farsi notare nella scena artistica e culturale internazionale, e che ha lasciato dietro di sé anche una buona eredità di idee, spazi e personalità, che la città continua giustamente a impiegare nel suo sviluppo culturale.
Come intuiamo dal suo nome, la Triennale Jeune Création si propone di dare spazio alla creatività artistica giovane della Grande Région (Lussemburgo, Belgio, Francia, Germania), e in questa edizione raccoglie le opere di 33 giovani autori, selezionati tra i 157 progetti che hanno risposto al concorso lanciato nel settembre 2009, e che proponeva di elaborare una creazione sul movimento.
Il movimento, il tema scelto dal curatore, il critico e storico dell’arte Didier Damiani, è appropriato alla natura di Lussemburgo, posto al centro dell’Europa, incrocio di tante nazionalità europee (e extraeuropee), meta di immigrazione, snodo di decine di lingue diverse, arrivo e partenza di frontalieri, punto di convergenza del business internazionale.

Il soggetto del movimento, che il curatore ha declinato in sei sezioni (Transformations, Voyages, Evolutions, Flux, Espace-Temps, Révolutions) è volutamente molto ampio. Lo si può intendere come movimento fisico: il moltiplicarsi degli spostamenti sempre più fitti di persone, merci, denaro. Il nostro tempo è fatto di pendolarismo, ingorghi urbani e di autostrade da bollino rosso, così esemplarmente rappresentate nella acuta istallazione di Nicolas Buissart (Charleroi, 1979), Banane Bleue, in cui flussi densissimi di veicoli si accavallano in un ingorgo folle e disegnano la sagoma di una banana.
Possiamo invece considerare una mobilità non fisica ma virtuale, sebbene non meno concitata: le informazioni trasmesse attraverso la rete, in tempo reale, da un capo all’altro del globo, annullano le distanze, innescano la mondializzazione dei costumi e dei pensieri e al contempo mettono a repentaglio la ricchezza delle specificità culturali locali.
O possiamo considerare ancora il lento, appena percepibile movimento della natura: grazie al lavoro di alcuni artisti riusciamo a notare di nuovo minuscoli movimenti che normalmente passano inosservati, come il passare delle stagioni e il germogliare dei semi. Daniela Bershan (1980, Zweibruecken) ha allestito un’istallazione imponente: matasse fatte di spessi fili di lana pendono a cascata dal soffitto, e si immergono in una vasca sul pavimento. Nella vasca c’è una soluzione soprassatura di acqua e calcare. Possiamo assistere così alla cristallizzazione dei grani di calcare, che si depositano sul fondo della vasca e si accumulano per tutta la lunghezza della lana, in grumi irregolari che corrono in alto fino alla cima dei fili. A questo processo di naturale mutamento fisico, si oppone la distruttrice alterazione meccanica attuata dall’uomo, che constatiamo nei video di Jonathan Rescigno (1981, Forbach): qui, dove le ruspe abbattono i muri, la trasformazione è immediatamente evidente, traumatica e annientatrice.

Qualche altro autore interviene con un taglio più giocoso: l’istallazione di Max Martens (1982, Luxembourg) è composta da un comune vecchio ventilatore, (apparentemente) sostenuto da un grappolo di palloncini che galleggia a mezz’aria davanti all’osservatore, invitandolo ad attivare l’opera (accendere il ventilatore). Il dispositivo reagirà attuando un piccolo moto oscillatorio e contorcendosi su sé stesso, mentre i palloncini si ingarbuglieranno tra loro, e evocheranno le decine di piccoli incidenti domestici, i malfunzionamenti elettrici, l’aggrovigliarsi di fili, prolunghe e prese, l’apparente inspiegabile animarsi di vita propria degli oggetti, di cui ciascuno di noi è stato vittima.
Nella società del movimento e della rapidità, la nozione stessa di casa sembra dover essere rimessa in causa. Anche il nostro spazio di quiete e di rifugio assume i tratti dell’impermanenza, diventa qualcosa di imballabile e trasportabile: ecco perché Giri Groupe Investi en Région Initiale (ovvero Vanessa Gander,1982, Metz, e Vanessa Steiner, 1980, Metz) racchiudono il loro rifugio, una tenda da campeggio, in una valigia da chiudere e portar via in un istante, e Cathy Weyders (1981, Messancy) con il suo Igloo de Sauvetage, igloo da eschimesi, ma (s)gonfiabile, leggero e trasportabile senza sforzo anche su lunghe distanze, anche in aereo, sembra dirci che anche nelle attuali condizioni di ultramobilità la casa (e con essa la famiglia, la memoria personale) rappresenta un ideale di sicurezza, un punto di riferimento a cui appigliarsi, e che mai quanto ora l’uomo ipermobile ha bisogno di portarlo con sé.

Una particolare menzione merita infine il lavoro di Gaëlle Dodain (1984, Nizza), che si presenta ad una prima occhiata semplicemente come una raccolta di esperienze di viaggio. Una coppia di espositori di cartoline, tra le quali si nasconde qualche video con le testimonianze delle persone intervistate lungo la strada, un paio di fotografie, un carnet d’appunti. Salvo che poi scopriamo, osservando l’itinerario di viaggio riprodotto sul muro, che nel viaggio di Gaëlle La Valletta è più a nord di Monaco e di Vienna, Colonia alla stessa latitudine del Cairo e Montreal a pochi chilometri da Roma. Impossibile non restare incuriositi. E studiando meglio le testimonianze di viaggio, scopriamo che la Venise visitata non è nella laguna del Veneto, ma nel centro della Francia. Gaëlle ha visitato varie cittadine, tutte su territorio francese, che portano i nomi di famosissime località del mondo, con la stessa curiosità e lo stesso entusiasmo che avrebbe avuto in visita alle loro celebri omonime, come dimostrano i suoi proponimenti di viaggio:
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Fotografare l’edificio più bello. Poi, farsi fotografare da un autoctono per figurare nella foto.
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Trovare ciò che è più visitato e visitarlo a propria volta.
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Fotografare gli espositori di cartoline della città, se ne possiede.
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Fotografare e andare in tutti gli uffici del turismo
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Cercare di trovare delle somiglianze con la città che porta lo stesso nome che è la vera destinazione politica
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Assaggiare la cucina tradizionale
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Riportare delle testimonianze locali che annoverano la destinazione.
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Parlare il dialetto locale al centro di scommesse all’angolo. Creare un lessico succinto, come quello che si trova sulle guide turistiche
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Inviare una cartolina della destinazione francese all’ufficio del turismo della sua omonima all’estero
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Portare un oggetto di ogni luogo che fungerà da souvenir, per metterlo in una ‘palla di neve’
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Informarsi: come si chiamano gli abitanti del luogo visitato? Quale è la storia del nome del luogo?”
Decisamente il contrario di quel turismo superficiale che tocca le grandi capitali, i grandi nomi sul planisfero, e ne conserva poi a malapena la memoria.
Un invito alla scoperta e al viaggio.
Moving Worlds.
Tutto intorno a noi è movimento, trasformazione, instabilità.
Julia Valditara
Video dell'opera di Julien Grossmann: Labirinthe, installation, 2010
Carré Rotondes
Moving Worlds
Orari di apertura: giov: 14.00-22.00, ven - dom 14.00-19.00, chiuso dal lunedì al mercoledì.
Scopri la storia di Carré Rotondes <QUI>
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