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Italiani nel Mondo - Notizie

Antonio Fusco: un italiano nel mondo


Antonio Fusco, nato 65 anni fa a Castel Morrone (Caserta), meno di 4 mila abitanti tra i quali il futuro couturier-imprenditore, ha la sfida nel dna.I bisnonni lavoravano la seta per tappezzeria. La mamma capì che bisognava riconvertire la produzione: il mercato richiedeva filati sempre nuovi ed era difficoltoso allevare i bachi. Uno dei rimpianti dello stilista: «Eravamo pieni di gelsi bianchi e rossi. In Italia si è persa la cultura dell’allevamento dei bachi da seta. È un peccato».
Una vita fa. Oggi, Fusco è il capo di una piccola multinazionale, 12 milioni di euro di fatturato, produzione tutta italiana, fabbrica vicino Corsico, unica sopravvissuta di un minidistretto tessile.

Ha conquistato il mercato tedesco, primo Paese per l’esportazione. Un meridionale che piace ai teutonici la deve sapere lunga: «I tessuti devono essere belli e durare nel tempo. Io li voglio indistruttibili. Poi la costruzione della spalla, il modello, la creatività…». Un solo negozio monomarca. Ma nel Quadrilatero della Moda. E vendite in tutto il mondo.
Cosmopolita da sempre. A 18 anni partì per il Canada: «Lessi sul giornale che c’erano scuole per designer e cercavano persone che facessero il disegnatore». Cerruti lo assume. Gli affidano la produzione in Medio Oriente. «Il disegno era italiano, ma le leggi locali impedivano l’importazione. Aprimmo una fabbrica a Istanbul. Ho unito la conoscenza dei tessuti all’organizzazione del lavoro che avevo trovato in Canada».

Poi, con vent’anni di esperienza, scommette su se stesso. «Nel 1978 avevo aperto una bottega-negozio a Trezzano» ricorda senza enfasi. «Creavo la linea da uomo. Per gioco disegnai quella da donna. Fu un successo enorme. Avevo zero visibilità, la mia forza era il passaparola. I clienti venivano da ogni parte. All’unica fiera a cui partecipai, un’edizione di Pitti, in tre giorni chiusi le vendite».

La formula? «Molta tenacia. Ho sempre cercato di risolvere tutti i problemi. Perché le banche allora erano… come oggi. In parte mi hanno dato credito, in parte ci ho messo i miei risparmi».
Quest’anno difficile per le vendite delle griffe anche a Milano, con le boutique semivuote, per Antonio Fusco si chiuderà con un segno positivo: 10 milioni di ricavi nel 2007, 12 milioni o qualcosa di più a fine dicembre.

Bisogna stupire. «La crisi è una depressione psicologica. Se ne può uscire stando molto vicini al mercato. Il cliente chiama in azienda e trova un servizio, per esempio. Si può crescere enormemente. Sento attorno molta confusione, anche gente ricchissima non compra. Chi fa il mio mestiere dovrebbe pensare che il consumatore è talmente preparato che ne capisce quanto noi. Bisogna stupirlo e divertirlo. Perciò quando vado all’estero guardo, osservo, mi documento. Quando vedo qualcosa che mi piace mi rimprovero: “Perché non l’ho pensato prima io!”. E poi una cosa: bisogna ritrovare il buonumore». Antonio Fusco non l’ha mai perso. (blogonomy.it)

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