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GIORGIO FERRINI


FERRINI Giorgio (Trieste 18 agosto 1939 - Torino 8 novembre 1976)

Presenze in granata: 553 - Reti: 53 / Presenze in Nazionale: 7

Da dove incominciare per raccontare di Giorgio Ferrini, l´uomo dei record della Storia granata?

Un atleta che sembrava "fabbricato" apposta, quasi distillato da un magico alambicco alchemico, per incarnare, in ogni sua sfaccettatura, l´"essere granata". Perché Ferrini sta al Torino come le radici stanno ad un albero; come le onde, sovente tempestose come il suo carattere in campo, stanno al mare.

Nel ricordo e nel cuore dei tifosi non c´è altro giocatore che occupi così tanto spazio, che goda di così tanto affetto.
Sì, Valentino Mazzola gli può stare alla pari; ma il suo Grande Torino vinceva sempre ed era facile stargli a fianco.
Il Torino frequentato per ben 16 stagioni da Giorgio Ferrini raramente è stato vincente, il più delle volte ha tribolato, ha trovato sempre strade irte per stare a galla. Ferrini è stato il capitano della sofferenza, non del tripudio: dell´orgoglio da riconquistare, non dell´esercizio del potere; della dignità da riportare all´onore del mondo.

La festa al Fila per il ritorno in seria A
La festa al Fila per il ritorno in seria A
È per questo, al di là dei tanti record che gli spettano, che si è ritagliato un posto, una dimensione tutta speciale, tutta sua nell´immaginario granata, ricco ormai di oltre 100 anni. Ferrini era un generoso, sapeva offrirsi alla causa con ogni stilla di energia e sudore.
La matrice, d´altra parte era di quelle buone: la meravigliosa Trieste, lo aveva visto nascere e dare i primi calci nella Ponziana, una squadretta, guarda caso, con la divisa rossa e bianca, proprio come il Toro. Ferrini gioca a metà campo, con grinta formidabile sin dagli esordi.

In quel tempo gli occhi di tanti osservatori sono granata e il rapporto che Ussello stila è conciso, ma decisivo: "Un giocatore forte fisicamente, determinato, volitivo; necessita esperienza, stop". Come a dire è bene che si faccia le ossa da qualche parte. Prontamente viene indirizzato in serie C, destinazione Varese. Nello stadio di Masnago intitolato a Franco Ossola, Ferrini gioca e se la sbroglia bene e così il Torino lo richiama a casa per la stagione successiva.

La squadra è precipitata, per la prima volta nella sua Storia, nel torneo dei cadetti, ottima occasione per dare spazio ai giovani.
Il trainer, l´ungherese Imre Senkey, è persona esperta e ama lanciare le nuove leve. E così il 20 settembre del 1959 (giorno fatidico della prima gara in assoluto in B del gonfalone granata) in quel di San Benedetto del Tronto, nella formazione che chiude sullo 0-0 c´è spazio anche per l´imberbe Giorgio Ferrini. Il ruolo è quello di finta ala, per la necessità di non partire col piede sbagliato.
Ma dalla domenica successiva il numero sulle sue spalle non sarà più l´11, ma l´8, quello più caro, quello che lo accompagnerà per tutto il resto della lunghissima carriera. Trentotto partite, tutte filate.

Ferrini gioca sempre, non molla mai: non una squalifica, non un infortunio e persino qualche bella rete per un immediato ritorno nella massima categoria. Parte in questo modo, positivo e pugnace, la sua corsa in granata. Ogni estate in Società vanno e vengono tanti e tanti giocatori: Ferrini c´è sempre, è lui che dà la stretta di mano dell´addio come quella del benvenuto. Brocchi e campioni, mediocri e bidoni assoluti: ce n´è per tutti nel gran bazar del calcio mercato. Anche gli allenatori cambiano, ma è da Ferrini che tutti intendono partire per organizzare la squadra. Quando arriva Giagnoni lo dice con chiarezza: "Ferrini sarà l´uomo attorno al quale intendo costruire il mio Torino".
Si va vicino allo scudetto, ma solo vicino. La delusione è forte e quando a Giagnoni subentra Gigi Radice, Giorgio è stanco. Ha deciso di smetterla, ma di restare in Società come secondo.

La sorte gli gioca un brutto scherzo: proprio in quella stagione 1975-76 il verbo nuovo di Radice dà subito frutto e il Toro vince lo scudetto.
Quel tricolore che Ferrini avrebbe strameritato.

La gioia è comunque grande ed è proprio nel tripudio che sovente per contrasto vengono a galla anche le cose più tristi.
Come il rapporto che Giorgio aveva avuto con la Nazionale, dopo il brillante esordio con l´Olimpica.
Ai mondiali del Cile nel ´62 l´Italia non era andata avanti a causa della sconfitta coi padroni di casa, agevolata anche dalla sua espulsione dal campo. Da quel momento (malgrado la vittoria nell´Europeo del ´68) l´azzurro era diventato una croce.
Poche le presenze, rispetto al merito. Ma a lui bastava il suo Toro. Adesso, poi, che era tornato vincente!

Ma il Fato se ne stava in agguato.
Un male improvviso, combattuto e sfidato fino all´ultimo, con riprese e cadute, se lo porta via ben prima dei 40 anni.
Il giorno dei funerali, la folla granata, nel cortile del Filadelfia, lo piange mesta come un eroe omerico, coraggioso e sfortunato: all´ultimo tackle il capitano dei capitani ha dovuto arrendersi.

fonte: official website toro club ferrini: gferrininichelino.blogspot.com

 

<vai alla pagina del Club Toro Giorgio Ferrini>


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