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Libri - Appuntamenti



A due anni di distanza dall'ultima visita, Filippo Tuena è di recente tornato in Lussemburgo per presentare il suo "Ultimo parallelo", opera con la quale si è aggiudicato il Premio Viareggio 2007 per la sezione narrativa.

Nato a Roma nel 1953, Tuena attualmente vive e lavora a Milano. Tra i suoi molteplici interessi, oltre alla narrativa, va annoverata la passione per la storia dell'arte, la musica, l'antiquariato e il collezionismo del Cinquecento.

Di seguito l'intervista
realizzata da Elisabetta Di Salvatore che ha incontrato l'autore durante la presentazione.


Filippo Tuena al Grund
Filippo Tuena al Grund
E.: Due anni fa c'eravamo incontrati in occasione della presentazione de "Le variazioni Reinach", con cui hai vinto il premio Bagutta, ora il premio Viareggio con "Ultimo parallelo".. Il Lussemburgo ti porta fortuna?
T.: quando vai e trovi gli amici è una cosa piacevole, i libri servono a questo.. avere contatti, conoscere gente, fare nuove amicizie.

E.: Quando scrivi un libro pensi ad un tuo lettore-tipo?
T.: Nel lavoro di scrittore il bello è scrivere. Scrivo perché il libro va in quella direzione.

E.: In effetti i tuoi libri non sono proprio leggeri, trattano argomenti abbastanza duri e, diciamolo pure, sono libri poco commerciali.
T.: Oggi la tendenza è a banalizzare, vendere, ma si puo’ anche vendere cercando di alzare un po’ il tono. Molti libri attualmente parlano di argomenti futili.

E.: "Ultimo parallelo" racconta la storia della spedizione, fallita, in Antartide, da Scott, e la storia tu la racconti attraverso i loro diari; alla base di ogni tuo libro c’è sempre un lavoro di ricerca approfondito, ma in ogni caso è la storia di un fallimento. Leggendo le prime pagine resti un po’ sconcertato, è una storia disperata.
T.: Perché anche la vita a volte è disperata e terribile. Chi leggerà questo libro si renderà conto che è un libro abbastanza di impatto, è la descrizione di questi esploratori che stanno a -20, -30 ma ogni notte alla fine della loro giornata di lavoro devono montare la tenda. Non esiste una storia edulcorata, di esploratori eleganti, questa è gente che muore e cade a pezzi. Le prime pagine del libro sono le più interessanti, leggendole ti si apre tutta l’anima del libro. Il lettore capisce che questa non è una storia di esplorazioni geografiche. Ma altro.

E.: Da cosa dipende secondo te la fortuna di un libro?
T.: La fortuna di un libro o di uno scrittore viene anche dalla scelta di un buon editore, dalle buone critiche e infine anche dai librai. L’editore, i librai e anche i lettori, hanno un ruolo fondamentale nella riuscita del libro.

E.: Leggendo i tuoi libri per la prima volta il lettore si rende conto che c’è qualcosa di diverso, e cercando si rende conto che nei tuoi libri la punteggiatura è del tutto assente, perché?
T.: Il modo volutamente trasandato della scrittura serve per coinvolgere lo scrittore, affinché partecipi attivamente al testo scritto. Questo è un libro che non va letto ad alta voce; va letto silenziosamente con un ritmo che corrisponde a quello del pensiero.

E.: Perché Scott? Hai cominciato già dai tempi del liceo ad interessarti a Lui!
T.: Le pagine del suo diario erano nell’antologia, mi hanno colpito e le ho messe da parte. Poi tempo fa parlando con un amico pittore abbiamo pensato di fare una mostra che avesse come tema le riesumazioni, cioè ritrarre personaggi famosi così come erano morti e così come erano stati seppelliti, mi interessava l’idea del viaggio, il viaggio nell’oltretomba come gli antichi egizi, romani, che portavano nel loro ultimo viaggio gli oggetti a cui erano particolarmente legati, oggetti di affezione, per cui mi ero fatto un elenco di personaggi che sapevo come erano morti, Michelangelo con gli stivali da cavallo, Giovanni delle bande nere con l’armatura senza la gamba che gli era stata tagliata, e mi è tornato in mente Scott, perché sapevo che era morto in una tenda al polo sud con gli abiti dell’esploratore e così ho pensato di fare una ricerca sulle immagini e a mano a mano che vedi le immagini ti appassioni.

E.: Quindi sono state le immagini?
T.: Si, io sono sempre attratto dalle immagini. Venendo dalla storia dell’arte, l’aspetto visivo è essenziale. E' sempre la vista che ti attrae. Quando ho iniziato a scrivere questo libro, non sapevo veramente dove sarei arrivato. Sapevo che c’era questo senso del viaggio verso il nulla che mi attaeva. Poi mentre leggevo diari ed altri libri su di loro, ho visto che non mi soddisfacevano, perchè si limitavano a raccontare dati. Io volevo qualcosa di più, quindi ho deciso di lavorare su quello che mancava negli altri libri e su come avrei potuto integrarli.

Questo è un libro che non sostituisce un libro storico su Scott, ma secondo me lo puo’ integrare perchè sottolinea degli aspetti che una relazione scientifica o un testo storico tralascia. In definitiva, il senso della narrativa è questo:. Io non scrivo storie di fantasia, ma mi interessa la storia vera, il rapporto che si stabilisce tra chi la scrive e la storia, cioé in quello spazio dove tu puoi intervenire cogliendo degli aspetti che sono stati tralasciati, sottolineando le questioni emotivamente più rilevanti che lo storico per sua natura non rileva.

E.: Nel libro parli spesso, anche a proposito della competizione con Amundsen, di sfortuna, di viaggio partito male.. Sei superstizioso?
T.: Un po’. Questa era una cosa che si capiva che era nata storta. La differenza tra Amundsen e Scott sta nel fatto che Amundsen va come un predone verso quell’obiettivo. Il suo è un atteggiamento 'mordi e fuggi', e in definitiva non ha alcun interesse a colonizzare l’Antartide. L’elenco degli oggetti che Scott porta, a me fa impressione: la sua è una conquista, un desiderio di occidentalizzare, di trapiantare i costumi inglesi in una terra ostile come il Polo sud. E qualora vi fossero delle divinità in Antartide, queste sono più ostili a Scott che non a Amundsen, perchè sebbene Amundsen abbia questo senso di spregio, lui parte, raggiunge l’obiettivo, lascia un segno e va via.

Scott dà quest’idea del colonizzatore del Commonwealth, prendere possesso: le bandiere, il pianoforte, lo champagne: tanti oggetti che in qualche modo sono più aggressivi dell’aggressività di Amundsen.

E.: Ci sei andato al polo sud?
T.: No, ma è come se ci fossi andato, io ero con loro mentre scrivevo, andavo al polo sud. Ho provato una certa emozione, un po’ come ce l’ho avuta con Reinach, quando sono andato a Cambridge e ho letto i loro diari, toccati, e quello ti fa impressione perché un conto è leggerli pubblicati, un conto è vederli, vedi la calligrafia vedi le pagine segnate, hanno anche il sacco a pelo di Oates che fu ritrovato, un enorme sacco a pelo di foca col taglio per non far congelare i piedi, ci sono le slitte, i guanti, tutto sommato è più emozionante vedere queste cose che non una distesa di ghiaccio.

E.: Hai progetti? Quando ti ritroveremo in Lussemburgo? Quale sarà il prossimo premio?
T.: Niente di determinato, ma non si può mai sapere. Le cose accadono all’improvviso, inaspettate. Speriamo di rivederci presto.
 

Elisabetta Di Salvatore