'Uscendo', di Paolo Campoccia
"Uscendo" è il titolo di questo librino con copertina gialla, uscito da pochissimo per i tipi de "L'Obliquo", che merita una bella menzione. Almeno come inizio, ci voleva qualcosa di positivo. E questo librino è qualcosa di molto positivo se, sorpresa anche per me, è riuscito a infondermi un tale buonumore profondo da farmi dimenticare - nel senso dello scavalcamento, non dell'oblio - il feroce mal di testa e di schiena che ha fatto festa di me nei giorni scorsi.

Versi come: "Io sono nell'orma della sofferenza / un passo tolto alla terra, / chi non sente più le cose agire / e non ha sazio il cammino. / Porto il mio suono / come la vicinanza certa / della carne sull'anima / sudata sotto il vento. // Pianure insormontabili, / monti che confessano l'orizzonte, / io non so che cose così, / passi sull'orlo dei secoli, / io non so trovare / che altro", la dicono lunga sulla necessità di "scrivere per non morire e per poter morire", come direbbe Blanchot. Ossia, tradiscono - appunto - una necessità di riappropriarsi della morte, di non farsela rubare in un tempo in cui "le cose non agiscono" più.
In questa che è poi una vera e propria missione, di cui la poesia si fa compagna di strada e quaderno memoriale, Campoccia cammina con la tranquillità di chi conosce la propria precarietà e ne afferra la forza umanissima, come nella cecità visionaria da cui si origina ogni buon ascolto.
Scrive, in un'altra poesia:
E' una notte che convince la verità
e lì ritroviamo alcuni lampi di Giuseppe Ungaretti, còlti nella corrispondenza con Parronchi, allorquando chiarisce come proprio nella notte appaia la luce (si riferiva all'Apres-Midi d'un Faune di Mallarmé). In particolare, risponde Ungaretti a Parronchi: 'Midi' nel testo credo abbia valore di 'pienezza' del giorno 'e della voluttà'. Pienezza del giorno e dell'essere, nel corso del 'trionfo' che il poeta-fauno si va concedendo. C'è, nel pomeriggio evocato, come dici, tutto il delirio di suoni, d'echi, di silenzi, d'ombre, d'approfondimento notturno, d'isolamento notturno, che può offrire uno spettacolo naturale abbagliante di luci alla potenza trasfiguratrice d'uno slancio poetico.
Di contro al "bianco" ossessivo e mortuario di un Corazzini, è invece "la notte che convince la verità", l'umano che palesa in sé il divino proprio perché accoglie senza sconti la propria finitezza, la "noche oscura" di Juan de la Cruz, se si vuole, che non a caso apre - in esergo - la sezione del libro. Ha ragione Franco Loi, in prefazione, quando asserisce che "lo sguardo del poeta afferra la bellezza dell'ignoto che mai passa. (...) E' innegabile che questo libro rivela una sensibilità e una profondità di pensiero che danno spesso esiti di alta qualità."
Come scrive nei versi di chiusura:
Ricorda io sono qualcuno che resta: / chi dal tuo nome è tolto, nel tuo pianto / resta. Uno che vede chi vede il vento / uno che viene e paga di tutti il tempo.
D.T.
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