GUSTO - Prodotti tipici
Unità d'Italia 150 anni di sapori
La penisola è ricchissima di chicche e tesori gastronomici che hanno seguito la storia nazionale, contribuendo alla realizzazione di un gusto comune e alla costruzione di un mito mondiale: quello del Made in Italy.
Tramite un sondaggio online i lettori hanno votato i cibi più legati al percorso unitario. Ecco i primi dieci classificati tra i 150 prodotti scelti dal Gambero rosso come i protagonisti dell’Italia unita per festeggiare golosamente i 150 anni dell’Unità. Sono prodotti con radici nella storia più antica e con proiezioni verso un futuro nuovo per la gastronomia Made in Italy.
Tramite un sondaggio online i lettori hanno votato i cibi più legati al percorso unitario. Ecco i primi dieci classificati tra i 150 prodotti scelti dal Gambero rosso come i protagonisti dell’Italia unita per festeggiare golosamente i 150 anni dell’Unità. Sono prodotti con radici nella storia più antica e con proiezioni verso un futuro nuovo per la gastronomia Made in Italy.

1) Parmigiano Reggiano
Ha ottenuto il 53% delle preferenze nel nostro sondaggio online
A metà del 1300 Giovanni Boccaccio raccontando nel suo Decamerone (Giornata VIII, Novella III) le delizie del paese di Bengodi, descrive una golosissima montagna di formaggio Parmigiano grattugiato: “… et eravi una montagna di formaggio Parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa fecevan, che fare maccheroni e raviuoli e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliaua, più se n’aveva…”.
Il Parmigiano Reggiano – pur se un cacio simile è citato da Columella a Marziale nell’Antica Roma – nasce intorno al 1200 all’interno dei monasteri benedettini. E alla fine del ‘300 Parma era già nota come la Città del Formaggio.
Il Consorzio di tutela nasce nel 1943 e sarà nel Dopoguerra e negli anni del boom industriale (grazie anche al servizio militare obbligatorio che ha portato giovani dal nord a sud e viceversa contaminando usi e tradizioni anche alimentari) che il Parmigiano diventa un vero e proprio must nazionale, uno dei simboli del Made in Italy tra i più copiati e contraffatti nel mondo.
Il top del top, oggi, è il raro Parmigiano delle Vacche rosse, l’antica razza Reggiana di cui una quindicina di caselli (caseifici) lavorano il latte. Altra particolarità sono i Parmigiano Reggiano di collina e quelli stagionati a lungo, fino a 36 mesi.
A metà del 1300 Giovanni Boccaccio raccontando nel suo Decamerone (Giornata VIII, Novella III) le delizie del paese di Bengodi, descrive una golosissima montagna di formaggio Parmigiano grattugiato: “… et eravi una montagna di formaggio Parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa fecevan, che fare maccheroni e raviuoli e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliaua, più se n’aveva…”.
Il Parmigiano Reggiano – pur se un cacio simile è citato da Columella a Marziale nell’Antica Roma – nasce intorno al 1200 all’interno dei monasteri benedettini. E alla fine del ‘300 Parma era già nota come la Città del Formaggio.
Il Consorzio di tutela nasce nel 1943 e sarà nel Dopoguerra e negli anni del boom industriale (grazie anche al servizio militare obbligatorio che ha portato giovani dal nord a sud e viceversa contaminando usi e tradizioni anche alimentari) che il Parmigiano diventa un vero e proprio must nazionale, uno dei simboli del Made in Italy tra i più copiati e contraffatti nel mondo.
Il top del top, oggi, è il raro Parmigiano delle Vacche rosse, l’antica razza Reggiana di cui una quindicina di caselli (caseifici) lavorano il latte. Altra particolarità sono i Parmigiano Reggiano di collina e quelli stagionati a lungo, fino a 36 mesi.

2) Olio Extravergine di Oliva
Ha ottenuto il 43,8% delle preferenze nel sondaggio online
Da sempre l’olio extravergine di oliva e l’olivo hanno un significato sacrale, nell’iconografia, nei sacri testi, nell’immaginario collettivo, nella cura estetica e nel wellness. E, senza dubbio, nella cucina. Nella famiglia contadina, l’olio extravergine era custodito dalla madre ed erano le donne che principalmente si occupavano delle olive: era la riserva, la vera ricchezza della casa, calorie e grasso per cucinare. Coincideva in sostanza con la cura e la tutela della famiglia stessa. Non sempre però la sua produzione seguiva dettami precisi di qualità.
Dopo la metà degli anni ’80, con l’exploit della cultura del vino, anche l’olio ha iniziato un percorso di crescita ed è stato oggetto di analisi e di studi organolettici e chimico-fisici. L’avvento dell’era delle Dop ha fatto poi fare un bel salto in avanti all’extravergine, a partire dalla consapevolezza del grande patrimonio di biodiversità che il mondo dell’olio conserva: se le cultivar di olive legate alle Dop sono una cinquantina, le tipologie di olive regionali comunemente riconosciute sono oltre duecento e arrivano a ben oltre le 400 se si calcolano le diverse sottospecie e le varianti locali.
Da sempre l’olio extravergine di oliva e l’olivo hanno un significato sacrale, nell’iconografia, nei sacri testi, nell’immaginario collettivo, nella cura estetica e nel wellness. E, senza dubbio, nella cucina. Nella famiglia contadina, l’olio extravergine era custodito dalla madre ed erano le donne che principalmente si occupavano delle olive: era la riserva, la vera ricchezza della casa, calorie e grasso per cucinare. Coincideva in sostanza con la cura e la tutela della famiglia stessa. Non sempre però la sua produzione seguiva dettami precisi di qualità.
Dopo la metà degli anni ’80, con l’exploit della cultura del vino, anche l’olio ha iniziato un percorso di crescita ed è stato oggetto di analisi e di studi organolettici e chimico-fisici. L’avvento dell’era delle Dop ha fatto poi fare un bel salto in avanti all’extravergine, a partire dalla consapevolezza del grande patrimonio di biodiversità che il mondo dell’olio conserva: se le cultivar di olive legate alle Dop sono una cinquantina, le tipologie di olive regionali comunemente riconosciute sono oltre duecento e arrivano a ben oltre le 400 se si calcolano le diverse sottospecie e le varianti locali.

3) La pizza napoletana
ha ottenuto il 43,2% delle preferenze nel sondaggio online
Insieme alla lasagna (decima a pari merito con il pesto genovese, ottima nella forma semplice e originaria dei vincisgrassi marchigiani firmati da Michele Biagiola dell’Enoteca le case di Macerata) la pizza è il piatto che si è affermato con più decisione tra i primi dieci prodotti simbolo dell’Unità d’Italia. L’amatriciana (con il 32,9%) è “solo” undicesima…
La pizza, insieme al Parmigiano, è sicuramente il Made in Italy più copiato nel mondo. Per noi, la pizza verace per eccellenza, è quella fatta con lievito madre (a volte unito a quello di birra), lunga lievitazione, con mozzarella di bufala campana dop e cotta a legna. Per citare i locali a noi più cari nella patria della pizza, vogliamo fare un applauso alle pizze di Michele ai Tribunali e della Notizia, a Napoli.
Ma la pizza è anche un’idea, un’ispirazione che dà vita a interpretazioni, fughe in avanti, prove e sperimentazioni, dagli impasti impalpabili del romano Gabriele Bonci (che sublima il genere) alla pizza che si fa pura mozzarella di Rossana Marziale a Caserta (e di cui più avanti presentiamo il divertente e goloso gioco).
Insieme alla lasagna (decima a pari merito con il pesto genovese, ottima nella forma semplice e originaria dei vincisgrassi marchigiani firmati da Michele Biagiola dell’Enoteca le case di Macerata) la pizza è il piatto che si è affermato con più decisione tra i primi dieci prodotti simbolo dell’Unità d’Italia. L’amatriciana (con il 32,9%) è “solo” undicesima…
La pizza, insieme al Parmigiano, è sicuramente il Made in Italy più copiato nel mondo. Per noi, la pizza verace per eccellenza, è quella fatta con lievito madre (a volte unito a quello di birra), lunga lievitazione, con mozzarella di bufala campana dop e cotta a legna. Per citare i locali a noi più cari nella patria della pizza, vogliamo fare un applauso alle pizze di Michele ai Tribunali e della Notizia, a Napoli.
Ma la pizza è anche un’idea, un’ispirazione che dà vita a interpretazioni, fughe in avanti, prove e sperimentazioni, dagli impasti impalpabili del romano Gabriele Bonci (che sublima il genere) alla pizza che si fa pura mozzarella di Rossana Marziale a Caserta (e di cui più avanti presentiamo il divertente e goloso gioco).

4) La Mozzarella di Bufala
ha ottenuto il 40% delle preferenze nel sondaggio online
È il tesoro gastronomico della striscia di terra che va da Caserta a Paestum, dalla Terra di Lavoro al Cilento. Sconfinando nel sud del Lazio, dopo Latina. È un formaggio goloso anche nell’aspetto, grondante latte e freschezza: fa venire l’acquolina solo a sentirne parlare. Basta sentirne il profumo, acidulo e dolciastro, per desiderarne uno spicchio. Secondo Gualtiero Marchesi «è il formaggio più godurioso… Se riesco ad averne qui a Milano una bella fresca – ci raccontò tempo fa – mi chiudo in bagno e me la divoro intera, lontano da occhi indiscreti… Altro che accompagnarla con miele o marmellatine!»
Ricordiamo dei pionieri di questo monumento alla gastronomia italiana: il caseificio Bellopede e Golino di Marcianise, decano della “filosofia casertana” e dal 1957 uno dei primi esportatori in tutto il mondo di questo prodotto che grazie a all’azienda fondata da Tommaso Golino ha potuto farsi conoscere in tutto il suo splendore. Il caseificio Vannulo, di Antonio Palmieri, che a ridosso della zona dei tempi di Paestum ha riportato ai massimi livelli la tradizione dell’allevamento delle bufale raccontata con stupore da Goethe nel suo Viaggio in Italia e la “filosofia cilentana” della mozzarella.
5° classificato il riso (37,4%); 6° il pane (36,7%); 7° gli spaghetti (34,1%); 8° il panettone (34,1%); 9°la fiorentina (33,5%); 10° il pesto genovese (33,5%).
fonte: gamberorosso.it
È il tesoro gastronomico della striscia di terra che va da Caserta a Paestum, dalla Terra di Lavoro al Cilento. Sconfinando nel sud del Lazio, dopo Latina. È un formaggio goloso anche nell’aspetto, grondante latte e freschezza: fa venire l’acquolina solo a sentirne parlare. Basta sentirne il profumo, acidulo e dolciastro, per desiderarne uno spicchio. Secondo Gualtiero Marchesi «è il formaggio più godurioso… Se riesco ad averne qui a Milano una bella fresca – ci raccontò tempo fa – mi chiudo in bagno e me la divoro intera, lontano da occhi indiscreti… Altro che accompagnarla con miele o marmellatine!»
Ricordiamo dei pionieri di questo monumento alla gastronomia italiana: il caseificio Bellopede e Golino di Marcianise, decano della “filosofia casertana” e dal 1957 uno dei primi esportatori in tutto il mondo di questo prodotto che grazie a all’azienda fondata da Tommaso Golino ha potuto farsi conoscere in tutto il suo splendore. Il caseificio Vannulo, di Antonio Palmieri, che a ridosso della zona dei tempi di Paestum ha riportato ai massimi livelli la tradizione dell’allevamento delle bufale raccontata con stupore da Goethe nel suo Viaggio in Italia e la “filosofia cilentana” della mozzarella.
5° classificato il riso (37,4%); 6° il pane (36,7%); 7° gli spaghetti (34,1%); 8° il panettone (34,1%); 9°la fiorentina (33,5%); 10° il pesto genovese (33,5%).
fonte: gamberorosso.it
Puoi trovare questi e altri prodotti della gamma Taste of Inspiration presso i Supermercati Delhaize, vincitori del premio Cibus destinato ai fornitori di prodotti italiani all'estero.
