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ITINERARI

POMPEI e DINTORNI. Itinerario Campano tra Storia e Archeologia


L'Area Geografica

Lungo l’arco di costa tirrenica che va da Capo Miseno alla Punta della Campanella (Golfo di Napoli) vi sono i cinque siti archeologici dipendenti dalla Soprintendenza di Pompei. Essi sono Ercolano, Oplonti, Stabia, Boscoreale e Pompei.

Al di là del Capo Miseno
, poi, c’é la Baia Domizia con altri tre siti molto interessanti: Pozzuoli, Baia e Cuma. Mentre al di quà della Punta della Campanella (su cui sono incastonati – permetteteci la metafora arrischiata – un diamante ovvero Sorrento, e due piccole perle: Massalubrense e S.Agata sui due Golfi), si apre il Golfo di Salerno con la stupenda Costiera di Amalfi, con alcuni gioielli come Praiano, Positano, Minori, Maiori e Vietri sul Mare. Sulla montagna, al di sopra di Amalfi, Ravello e Agerola. Come dire "dal bello antico allo stupendo moderno".

A completare l'incantevole quadro, tre isole fanno corona a questo Golfo: Ischia, la maggiore; Procida, a lei vicina, che si protende verso il promontorio di Capo Miseno; e, in corrispondenza della Punta della Campanella – proprio di rimpetto a Massalubrense – Capri. Al centro della linea di costa domina il Vesuvio con la sua caratteristica sagoma che prende forme diverse a seconda che lo si osservi da Napoli, da Pompei o dall’entroterra, dalle parti di Ottaviano.

Ed è proprio ai piedi del Vesuvio, che si trovavano i centri urbani o le ville suburbane, i cui odierni siti archeologici sono affidati alla Soprintendenza di Pompei. Ma nella stessa regione, come s’è detto, c’erano anche altre città che hanno lasciato vestigia dell’antichità, dove adesso figurano - per quanto problematiche - altrettante moderne e belle città o cittadine: Napoli, Pozzuoli, Baia, Cuma

 
  1. L'Eruzione del Vesuvio

  2. La Situazione degi Scavi

  3. La Storia di Pompei

  4. La Sorte della Città

  5. L'Identificazione del Toponimo Pompei con la Città Ritrovata

  6. L'Urbanistica della Città Romana

  7. Le Fonti Letterarie Antiche

  8. Conclusione Provvisoria








1. L'Eruzione del Vesuvio

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In questo paradiso naturale, già apprezzato e frequentato all'epoca dei Romani – e certamente anche prima – nell'estate del 79 d.C. successe il « finimondo ».

È quanto racconta Plinio il Giovane (61 d.C. – 112 d.C.), testimone oculare dei fatti, nella seconda delle due lettere inviate a Tacito (lo storico dell’Impero romano). Dice infatti, che fra quelli che fuggivano da Miseno per mettersi in salvo, ce n'erano molti che si disperavano dicendo "che quella era l'ultima notte del mondo". E Miseno è a ben 20 Km da Ercolano, e a più di 30 Km da Pompei!

Nell'anno 79 d.C. (data della catastrofe pompeiana, secondo una probabile ricostruzione storica), sotto l'imperatore Tito Flavio Vespasiano, figlio di Vespasiano, a Capo Miseno, più esattamente nell'insenatura di Baia, si trovava di stanza la flotta romana al comando del generale Plinio (il Vecchio), uomo politico e letterato oltre che valente naturalista. Con lui c'era la sua famiglia, costituita dalla sorella e dal diciottenne figlio di lei.

Il ragazzo, anch’egli Plinio
(il Giovane) in quanto adottato dallo zio, dovette conservare il nome gentilizio. Successivamente, diventato a sua volta un importante uomo pubblico, nel 107, – si era frattanto al tempo dell'imperatore Traiano – inviò due lettere a Tacito in cui gli descrive l'eruzione del Vesuvio; e, tra le altre cose, la morte dello zio; nella speranza che Tacito, il quale in quegli anni andava pubblicando le sue Storie, se ne servisse come documentazione.
2. La Situazione degi Scavi                                 
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Questa in sintesi è la situazione dei moderni scavi archeologici che abbiamo citato in apertura.

A Ercolano è stato portato alla luce solo un sesto dell'intera città antica: la parte rimanente è coperta dal moderno insediamento urbano. A Oplonti (Torre Annunziata) si può visitare la famosissima villa di Poppea insieme ad una casa, non distante, di epoca sannitica; altri ritrovamenti sono ancora custoditi dai proprietari dei terreni in cui sono affiorati.

A Stabia (Castellammare) si possono vedere alcune ville, molto interessanti per la comprensione delle teorie storico-estetiche sulla pittura parietale pompeiana. A Boscoreale, dove sono allo studio alcune residenze, è stato allestito un museo con annesso centro di ricerca e documentazione. E' interessante sapere che da una villa di Boscoreale provengono gli "argenti di Pompei" (vasellame) esposti al museo del Louvre.

A Napoli, oltre ad alcuni resti della città antica, sono raccolte, nel Museo Archeologico Nazionale, la maggior parte delle opere d'arte asportabili, trovate durante le operazioni di scavo nella zona. A Pompei, l'antica città è stata quasi completamente dissepolta, mentre a Pozzuoli è possibile visitare l'anfiteatro e un edificio (macellum: il mercato) chiamato comunemente "serapeo". A Baia ci sono dei ruderi sotto il livello del mare, mentre a Cuma si può visitare il cosiddetto "Antro della Sibilla".

Reperti sono stati trovati a Lacco Ameno (Isola d'Ischia), ora visibili nel locale museo. Resti della civiltà romana sono presenti perfino a Capri (Villa di Tiberio).

3. La Storia di Pompei 

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Comparando la storia dell'antichità, ricostruita sulle fonti letterarie, con i risultati dello studio dei manufatti (cultura materiale), emerge il seguente profilo cronologico della città di Pompei.

Il più antico nucleo della città, è osco (popolazione italica di cultura indoeuropea insediata nella regione). Verso il VII sec. a.C., per la vicinanza di Napoli e Cuma, Pompei passò sotto l'influenza greca e, successivamente, etrusca, così come si avvicendavano le due potenze. E' di questo periodo, e chiaramente di tecnica greca, la cinta muraria costruita secondo un preciso piano regolatore che inglobando il più antico gruppo di case, prevedeva uno sviluppo urbano programmato.

Nel V sec. la città fu conquistata dai Sanniti (popolazione italica), l'antico popolo delle montagne; e, dopo la loro definitiva sconfitta da parte dei Romani (290 a.C.), Pompei fu costretta ad entrare, forse controvoglia, nel sistema delle alleanze che Roma aveva creato con la sua egemonia. Perciò, al momento del Bellum sociale (90 a.C. - 88 a.C.) [la guerra di ribellione delle città italiche contro Roma e che Roma aveva rischiato di perdere] essa fu una delle più indomite e bellicose, al punto da subire, a guerra finita, un lungo assedio da parte dei soldati di Silla.

Come dicono gli storici, Roma in questa occasione vinse la guerra militarmente, ma la perse moralmente, in quanto fu cotretta ad estendere, una alla volta, anche alle città ribelli il diritto di cittadinanza (cioè il fatto che i loro cittadini divenivano "cittadini romani" a tutti gli effetti). Che poi era stato il motivo stesso della guerra. Ciò mostra che anche a Roma gli equilibri politici cominciavano a cambiare.

Così nell'80 a.C., Pompei divenne Colonia, cioè abitata da "cittadini", e questo proprio per iniziativa di Cornelio Silla che aveva condotto l’assedio. In omaggio al Dittatore venne chiamata Colonia Cornelia Venerea Pompeianorum, vale a dire "Colonia dei Pompeiani devota a Silla e a Venere", oppure "La Colonia di Silla e di Venere dalle parti di Pompei". Ma la nuova colonia, almeno inizialmente, dovette mantenere quello spirito distaccato e ribelle, se Spartaco, il soldato trace scappato da Capua, fatto schiavo, e in seguito divenuto capo di una rivolta di schiavi (circa 15 mila) che tormentò l’Italia dal 73 al 71 a.C., si aggirò più volte nei suoi dintorni, cercando riparo sul Vesuvio. Forse sperava di trovare fra gli abitanti di Pompei, se non proprio una complicità, almeno una compiacenza. Ecco la storia di Pompei, che si interrompe bruscamente nel 79 d.C.

4. La Sorte della Città

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Il fatto che l'evento catastrofico dell'eruzione vesuviana del 79, interrompendo in un attimo la vita della città ce l'abbia conservata integralmente, ci consente di arricchire questo breve profilo di storia che abbiamo tracciato, con tutta una serie di ricostruzioni di particolari, grazie alla grande mole di documenti della cultura materiale disponibili.

Così la vita, interrottasi improvvisamente in un giorno di agosto di circa 2000 anni fa, si rianima e si presenta al nostro intelletto in tutto il suo fervore, quale poteva essere quella di una opulenta città meridionale, culturalmente e commercialmente dinamica, che traeva la sua ricchezza dalla campagna retrostante, dal mare verso il quale sembrava orientata, dalle attività artigianali (che considerata l'epoca potremmo chiamare anche industriali), e dai traffici.

Poi c'è la vita politica, l'amministrazione pubblica, i cantieri per la ricostruzione del dopo- terremoto del 63; la stessa vita sociale degli abitanti, assurti alla dignità di "cives" (cittadini romani) fin dall'80 a.C.

Le strade, il foro, i mercati, i templi, le tante palestre, le terme, l'anfiteatro, i due teatri, i negozi, le botteghe, le officine, le associazioni, le scuole di avviamento ai mestieri, gli alberghi, i ritrovi per l'intrattenimento e per il gioco, le bettole, il lupanare, le ricche case private, quelle lussuose dei benestanti e quelle del popolo attivo, ma anche quelle più modeste: sono tutti spazi aperti alla socializzazione.

È una fitta rete di relazioni sociali che ogni pietra, ogni reperto, utensile o manufatto, ogni segno grafico o pittorico, mostrano al visitatore attento. Possiamo rivivere i momenti dell'attività amministrativa e del governo della cosa pubblica (la candidatura, la propaganda, le elezioni, i lavori pubblici); la pratica della religione tradizionale, e quella dei nuovi culti misterici (che, provenienti dal vicino Oriente e accessibili solo agli iniziati, si diffondevano anche in Italia); l'attività produttiva delle ville suburbane - fattorie -, come la Villa dei Misteri o la Domus Sannitica di Oplonti; i ricevimenti nelle grandi case di rappresentanza, come quella del Fauno a Pompei o quella di Poppea ad Oplontis, e quelle eleganti di Stabiae; il lavoro nei laboratori e nelle botteghe; la passione del tifo nell'anfiteatro, le manifestazioni culturali nel teatro e nel piccolo odeon o nelle case delle grandi famiglie; possiamo vedere (con gli occhi della mente) i giovani nelle palestre (che probabilmente servivano anche come scuole di formazione umana e culturale, se non addirittura accademica).

E rivivere la vita intima delle famiglie, il lavoro della padrona e delle serve, l'approvvigionamento dell'acqua, la custodia del fuoco, la conservazione delle derrate, la preparazione del cibo, lo studio, l'educazione dei figli, gli amori, la visita di amici, il saluto dei clienti, ecc. Tutto questo immaginario - che non è affatto gratuito lavoro di fantasia - è fatto di ipotesi verosimili o ricostruzioni documentarie, supportate da oggetti, manufatti, indizi, tutte cose reali, presenti ai nostri occhi e alla nostra comprensione.

È questa l'originalità e l'unicità di Pompei.


5. L'Identificazione del Toponimo Pompei con la Città Ritrovata 
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I primi ritrovamenti di reperti pompeiani, quelli di cui si ha notizia, risalgono agli anni 1594-1600, quando si cominciò a scavare un canale di derivazione del fiume Sarno per portare l'acqua a Torre Annunziata, dove si pensava di attrezzare un insediamento industriale.
 
È del 1748 l'inizio dello scavo di Ercolano, per opera dell'ingegniere Domenico Fontana.
Solo nel 1860 si ha un'organizzazione scientifica degli scavi a Pompei e ad Ercolano, affidati allo storico Giuseppe Fiorelli, che divise la città in zone che designò con i termini di "regiones" (rioni) e "insule" (isolati), e che escogitò anche la tecnica della colata di gesso per recuperare le forme dei corpi di esseri viventi o di oggetti di legno ed altri materiali organici, che a causa del lungo e costante interramento si erano traformati in sostanze volatili, le quali in seguito allo scavo si dissolvevano al contatto con l'aria.

Persone, animali, ceppi di alberi
abbattuti, infissi, ecc. sono visibili oggi grazie a questa tecnica. I manufatti e le opere d'arte, però, si continuò a trasferirli nei musei; soprattutto nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Negli anni '30 col prof. Amedeo Maiuri, che provvide alla ricostruzione critica e storica della città, entra la concezione moderna dello scavo archeologico. Opera continuata a partire dagli anni '60 dal prof. De Franciscis e da questi allargata a tutta la geografia della Campania antica.

Oggi, il prof. Giovanni Guzzo, Soprintendente Archeologico di Pompei, deve confrontarsi con i problemi della promozione degli studi, della qualificazione del turismo verso un turismo culturale, e con quello - più grave - della tutela, della conservazione e della salvaguardia di un patrimonio archeologico così vario ed esteso, esposto alle intemperie e di difficile controllo.

Dopo l'eruzione, con le trasformazioni politiche e sociali dell'Impero Romano, il toponimo Pompei aveva perduto la sua identifizione con un preciso punto geografco. Mentre il luogo dove era seppellita l'antica città, a partire dal Medioevo, aveva assunto il nome di "Civita Giuliana" (ancora vivo nella toponomastica locale), che alla fine nessuno più riconosceva come segno della presenza della città sepolta. Solo quando si ebbe la certezza scientifica che quei ruderi scoperti appartenevano all'antica città citata dagli autori classici, cioè Pompei, la zona della Civita Giuliana, allora nel territorio di Torre Annunziata, cominciò a essere chiamata "Valle di Pompei".

In seguito, anche il modesto casale che darà origine alla moderna cittadina, fino alla sua autonomia amministrativa, fu chiamato Pompei. Oggi è una città di circa 20.000 abitanti, con un importante Santuario mariano. E un’attrazione turistica mondiale.

6. L'Urbanistica della Città Romana 
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Iniziamo questa visita immaginaria, con l'aiuto della mappa, privilegiando gli aspetti urbanistici e paesaggistici. Perchè solo dopo aver acquisito una visione d'insieme della città e delle sue strade, potremo addentrarci, attraverso altri percorsi, specialistici, tematici o settoriali, nella vasta letteratura su Pompei. Come dire dal generale al particolare.

Solo allora potremo prevedere tutta una serie di soggetti specifici come: architettura, statuaria, pittura parietale, mosaici, utensili, oreficeria, argenti, ambra e vetro, tecniche di costruzione, ecc.
Per spiegare l'origine della forma della città romana si dice che essa riproduca lo schema dei "castra", l'accampamento militare, con le quattro torri agli angoli del quadrilatero, le porte di accesso al centro dei lati, e all'interno il reticolo di strade (quasi sempre perpendicolari) formato dall'incrocio delle strade : i cardines (asse nord/sud) e i decumani (est/ovest), di cui quelli centrali passano dalle porte della città.

Per Pompei questa regola sembra non valere. Qui conta di più la morfologia del terreno, la funzioalità, il rapporto con l'acqua, con la luce, con gli spazi. Una consapevolezza urbanistica ante litteram. Qui vediamo che ci sono due "decumani maiores", invece di uno, mentre il vero "cardo" è uno solo. In effetti più che di quartieri, ci troviamo in pesenza di sestieri, ognuno con la sua linea di sviluppo, compreso quello formato dalle "Regiones VIII e VII", che rappresentano il nucleo originario della città.

La città si estende in lunghezza lungo l'asse Est-Ovest (decumani), e in larghezza da Nord a Sud (cardines).
A Nord, fuori dalla cinta muraria oltre il pomerio, c'è l’ager (la campagna) della ridente cittadina: i fertili terreni leggermente in salita che ricoprono probabilmente colate laviche preistoriche. E sullo sfondo la incombente, inconfondibile, magnifica e formidabile, sagoma del Vesuvio. Cosicché la città (e la sua campagna coltivabile) risulta adagiata su di un piano inclinato verso sud, con un’accentuazione della pendenza nella parte più meridionale, all'altezza cioè del complesso dei due teatri nelle prossimità della porta di Stabia.

Questa posizione inclinata, deteminata dalla morfologia del terreno, ha il doppio vantaggio di una maggiore produttività dei terreni (campagna), e quello di un rapido deflusso delle acque piovane (nonché quello di favorire l'afflusso dell'acqua potabile nelle condutture pubbliche verso le fontane sistemate ai più importanti incroci di strade). Come sono in discesa le strade che vanno da nord a sud (i cardines), così sono pianeggianti quelle che vanno da est ad ovest (i decumani). Inoltre risultano spianate tutte le aree destinate alla frequentazione pubblica, come il Foro, il foro tiangolare, la zona circostante l'anfiteatro, le terme e le palestre.

Mentre l'anfiteatro si erge dal piano in tutta la sua maestà con un lato appoggiato alla cinta muraria, per i due teatri ci si è serviti proprio della pendenza del terreno (cavea) per la loro costruzione, seguendo la tecnica, usata dai Greci, di appoggiare il teatro sul fianco di una collina. Il felice orientamento verso sud consente di valorizzare (economizzare) luce e calore. Alla destra, per chi guarda la mappa, del Teatro grande, ci sono alcune costruzioni tra cui l'odeon o teatro piccolo, che al contrario dell'altro era coperto, mentre sulla sinistra, al livello della parte alta della cavea, si trova l'ampia spianata del "foro triangolare" da cui si accede - dall'alto - ai vari settori di posti popolari.

Al livello inferiore, invece, sul piano della "orchestra" (lo spazio dei posti riservati alle personalità, ma anche area per i cori e per le danze previste dai testi teatrali) c'è, oltre il limite meridionale del teatro, il grande quadrato erboso (palestra) della caserma dei gladiatori, circondato da un quadriportico e da tutte le pertinenze della palestra (celle o spogliatoi), compresa una piccola struttura termale ; l’impianto è stato denominato caserma dei gladiatori a causa della grande quantità di armi trovate nelle piccole celle tutt'intorno al porticato. Si suppone che l'impianto, che originariamente doveva servire come supporto al teatro, sia stato utilizzato dai gladiatori dopo il terremoto del 63, finché duravano i lavori di restauro della palestra grande a lato dell'anfiteatro, e non era stato ancora restituito al suo uso naturale al momento dell'eruzione del vulcano. Incombe sulla palestra un largo scalone che mette in comunicazione i due piani di camminamento, quello superiore del foro triagolare e quello inferiore della palestra stessa.

Sul lato ovest del foro tiangolare si estende la zona pianeggiante delle "Regiones VIII e VII" quasi fuse in un solo sestiere; zona pianeggiante che prosefue poi fino al foro rettangolare (il vero Foro), centro politico e commerciale della città. Sul lato sud, questa parte della città termina con uno strapiombo roccioso di materiale lavico formando un terrazzamento, comodo punto di osservazione verso il mare, e probabile acropoli della primitiva città. Ce lo conferma la presenza di ruderi di un antichissimo tempio dorico che già al tempo dei Romani dovette essere un sito archeologico. Certamente questa zona era preesistente al momento della prima e più importante pianificazione urbana, che dovette tener conto del nucleo di cotruzioni già esistenti nelle vicinanze, e della sporgenza di questo sperone di roccia lavica. Infatti da questo lato manca la cinta muraria.

A partire da questo primitivo insediamento fu tracciato il perimetro della città, e fu costruito il muro di cinta, orientando così i futuri insediamenti verso est e verso nord. Se si considera poi che la tecnica costruttiva della cinta muraria è di tipo greco, e che il perimetro della città sia stato tracciato prima ancora che la città si fosse etesa, non è difficile pensare all'esisteza, già all'epoca, di un "piano regolatore" che inseriva l'esistente in un nuovo progetto ambizioso. A conferma di questa opinione si aggiunge il fatto che i due "sestieri", la Regio VIII e la VII, presentano uno schema che sfugge alla regolarità dei reticoli stradali delle altre "regiones", evidentemente più recenti. Su questo lato il forte dislivello del terreno, ai piedi dello strapiombo di lava, è naturale difesa dalle minacce di attacchi esterni.

Per quanto riguarda le tecniche di costruzione e i materiali utilizzati - e le relative datazioni - ricordando la storia della città e le sue relazioni con i popoli limitrofi, facciamo notare che al mutamento di un'alleanza o di una egemonia, corrisponde anche un cambiamento della vita economica e sociale della città, e, di conseguenza, anche una trasformazione dell'architettura, delle tecniche e dei materiali, nell'attività edilizia e nell'arredo urbanistico.
Non è senza rilievo evidenziare che tutti i luoghi di affluenza di pubblico sono sulle aree marginali rispetto alle zone residenziali, nelle vicinanze di una porta, e circondati da ampi spazi ; questo per favorire il naturale deflusso delle masse di cittadini convenuti alle varie manifestazioni pubbliche, sia che fossero diretti in città sia che si allontanassero verso altre città.

L'anfiteatro, è in grado di accogliere 20 mila spettatori (l'intera popolazione della città al tempo del suo massimo splendore), il teatro grande ne contiene non meno di 5000; nel Foro se non c'erano particolari fatti di richiamo, come feste religiose, o ingressi trionfali, o arringhe politiche dai rostri, non c'era motivo per grandi assembramenti generali: la frequentazione seguiva gli orari delle abitudini: vi si accorreva in base agli interessi categoriali. Gli appuntamenti erano più frequenti nelle palestre o nelle terme. Tuttavia esso si trova vicino alla Porta Marina e si avvale della vicinanza della "basilica", una specie di tribunale civile, e del tempio di Apollo: edifici questi che per la funzione cui erano destinati avevano ampi spazi interni.

7. Le Fonti Letterarie Antiche 
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È dunque, quella di Plinio, una testimonianza viva, anche se forse un po' ridondante e compiaciuta a causa della manifesta intenzione letteraria, sperando egli che il contenuto di queste due lettere fosse entrato nelle Storie di Tacito.

Altre testimonianze su Pompei e la zona circostante, e sulla vita dei suoi abitanti, le troviamo in:
Cicerone (106 a.C. - 43 a.C.), nelle Lettere e in alcune Orazioni;
Strabone (64 a.C. - 24 d.C.), geografo greco;
Seneca (4 a.C. - 65 d.C.), che descrive il terremoto del 63 d.C.;
Livio (59 a.C. - 17 d.C.), che parla di uno scontro dei Pompeiani coi Romani, sbarcati nel 310 a.C. per far preda;
Columella (I sec. d.C.), che ricorda le "salinae Herculeae";
Plinio, come abbiamo visto;
Tacito (55d.C. - 120 d.C.) che, oltre al terremoto di cui parla anche Seneca, racconta dei disordini tra Pompeiani e Nocerini dopo uno spettacolo nell'anfiteatro, avvenuti nel 59 d.C.;
Svetonio (70 d.C. - 140 d.C.), che nella vita di Tito ricorda l'eruzione del Vesuvio, e la scomparsa delle "belle" città della Campania;
Floro (I-II sec. d.C.);
e, in epoca medievale, il monaco Martino.
8. Conclusione Provvisoria 
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Nell'attesa di ritornare sull'argomento il quale si presta a infiniti approfondimenti in tutte le direzioni, ricapitolando, come conclusione provvisoria, vogliamo proporre all'attenzione del lettore, il significato di alcune parole latine, ricorse anche in questo testo.

  • Civitas, da civis (cittadino), é la cittadinanza intesa come collettività di cittadini o come condizione giuridica del civis. Essa è all'origine delle parole città e, passando da civilis, civiltà.
 
  • Colonia, dal verbo colo (coltivo, abito, ho un culto), indica la comunità che si trasferisce per abitare, per lavorare la terra, per radicare la tradizione. Il verbo colo (colo,colui,cultum) è alle origini delle parole: inquilino (da: in-cola), coltura e coltivare, cultura e colto, culto.
 
  • Domus è l'abitazione signorile. Casa è quella dei contadini e dei pastori. Da domus viene duomo (la casa per eccellenza) e domestico (di casa, relativo alla casa).

  • Dominus e domina, sono rispettivamente il padrone di casa (per i servi) e la padrona (per le serve). Dalla radice di domus, attraverso domina viene donna.

  • Dominicus = del padrone. Da essa derivano domenico e domenica.

  • Familia, da famulus (servo, persona di casa), è l'insieme dei figli e dei servi sui quali il dominus, padrone della casa, esercità la sua potestà.

  • Liberi, sono i figli del padrone di casa, nati in casa.

  • Mancipia sono i figli degli schiavi, nati in casa. Dall'espressione "manu capere", tenere in mano. Era questa la condizione di chi cadeva nelle mani di un cittadino o perché catturato in battaglia, o a causa dei debiti che non riusciva a pagare. Da mancipium viene il verbo emancipare, cioè uscire dalla condizione subalterna di schiavo: riscattarsi dalla schiavitù o ottenere la libertà. Lo schiavo emancipato era detto anche liberto.

Luigi Casale

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